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LEONI PER AGNELLI
di G. Colonna
 
 

Per chi non ha o non ha più lo stomaco per reggere le produzioni natalizie nostrane, una bella sveglia la dà certamente l’ultimo film di Robert Redford che, in poco più di un’ora di tempo, riesce ad annodare tre storie parallele, in tempo reale, in una serie di imperdibili e serrati dialoghi che riescono a dirci, su quello che è successo negli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni, molto più di tanti libri di storia o di sociologia.
Certamente si dividono il merito di questo eccellente lavoro la perfetta sceneggiatura di Matthew Michael Carnahan, ricca di spunti e di sfumature, e la grande recitazione di Redford (nei panni del professor Malley, ex sessantottino alla ricerca fra i suoi allievi di talenti che possano cambiare il mondo), di un Tom Cruise, solitamente sempre molto uguale a se stesso, che qui sfodera invece una gran classe, nei panni dell’ambizioso senatore Jasper Irving, un esperto di intelligence, deciso ad impostare una nuova strategia per finalmente vincere le sporche guerre mediorientali, che, per fare questo, ha però bisogno di ottenere il supporto di una Meryl Streep, semplicemente strepitosa per raffinatezza e profondità di interpretazione, nei panni di una giornalista all’opposizione, forse stanca di tutto, ma che non rinuncia a porsi delle domande.
Riuscendo a far vedere allo spettatore il problema della identità odierna dell’America proiettata nel suo futuro contemporaneamente dal punto di vista della scuola, dell’esercito, della politica e della stampa, il film non si limita a dare un’altra prospettiva al tema dell’assurdità delle guerre in corso, ma suggerisce una chiave di lettura più generale, vedendo in quello che accade, e in come accade, il segno del fallimento di un sistema politico e del modo con cui esso riproduce le sue classi dirigenti e strumentalizza i suoi più importanti strumenti di coesione sociale.
Leoni per Agnelli, il cui titolo opportunamente riprende un celebre commento degli ufficiali tedeschi nella Grande Guerra, davanti all’assurdo massacro cui gli alti comandi inglesi votavano le proprie truppe sulla Somme (“questi soldati sono leoni guidati da agnelli”), solleva quindi un problema centrale, quello appunto della responsabilità delle classi dirigenti occidentali odierne e soprattutto di quegli strumenti essenziali del potere moderno, l’educazione, le forze armate, la stampa che troppo spesso, pur disponendo di tutte le informazioni necessarie, evitano di porsi il problema, per comodità e convenienza, di sollevare interrogativi essenziali. Una responsabilità tanto più grave quando si spingono al sacrificio supremo, come bene mostra il film, non solo giovani disperati ed emarginati, ma anche i più idealmente puri.
Dopo aver saputo mostrare in modo estremamente lucido e drammatico quanto questa questione sia centrale per il presente ed il futuro, il film lascia allo spettatore immaginare una conclusione, che si giocherà tutta sulle decisioni che vengono affidate ad un giovane studente, ben impersonato da Andrew Garfield, scettico e smaliziato allievo del professor Malley.
Sarebbe interessante a proposito che qualche insegnante facesse vedere questo film ai propri allievi, per chiedergli che cosa farebbero al posto di Garfield. Forse potrebbe essere un modo per capire cosa sta succedendo tra i giovani, anche fra noi…
Non ci meraviglia il fatto che Leoni per Agnelli sia stato poco gradito alla critica americana. Ci sorprende molto di più il fatto che film di questo genere vengano pensati, scritti e prodotti negli Usa e non in Europa, dove l’acritica accettazione di quanto fanno gli Usa impedisce che si affrontino i temi di fondo come gli autori hanno qui saputo fare, senza per questo rinunciare a produrre un’opera d’arte.

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