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La gestione mediatico-spettacolare delle guerre dell'ultimo decennio
di Daniela Pellegrini
 
 

INTRODUZIONE

0.1 OBIETTIVI E STRUMENTI DI INDAGINE

L’obiettivo della mia tesi è quello di proporre una chiave di lettura unitaria di alcuni dei principali avvenimenti mass mediatici della fine degli anni ’90 e dell’inizio del nuovo millennio. La crisi balcanica e i dibattiti che ha stimolato sono stati affrontati dai mezzi di comunicazione di massa utilizzando modalità che rimandano, a mio parere, ad automatismi economico-politici derivanti dalla struttura sociale in cui sono inseriti e funzionali ad essa.
Ho scelto, come strumenti teorici per l’analisi, le pubblicazioni dell’Internazionale Situazionista[1], scioltasi nel 1972, e soprattutto i testi di Guy E. Debord, principale teorico di questo movimento. Questa scelta nasce dall’approfondimento della categoria di spettacolo come medium totale, nella definizione data dai situazionisti e soprattutto da Debord nel suo libro La società dello spettacolo[2]. Viene inoltre resa necessaria dalla convinzione che qualsiasi analisi dell’attuale società non possa prescindere dal valido lavoro di questi “teorici” che hanno saputo prevedere in anticipo l’inevitabilità di uno sviluppo di cui solo oggi ci accorgiamo.
I testi situazionisti si inseriscono, nella storia della critica marxiana, sulla scia di quelli che, facendo capo a Storia e coscienza di classe di György Lukács[3], pongono particolare attenzione al capitolo primo (La merce) della prima sezione (Merce e denaro) del primo libro de Il Capitale di Marx, e alla sua funzione all’interno della teoria marxiana, e considerano l’alienazione non come un epifenomeno dello sviluppo capitalistico, ma il suo stesso nucleo. Ne Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano[4] di Marx sono presenti tutti i concetti che Debord utilizzerà nel formulare la sua idea di spettacolo come evoluzione della forma-merce nel capitalismo avanzato. Il punto di vista della totalità che Lukács vede in Marx,con tutti i necessari riferimenti alla dialettica hegeliana della realtà, viene condiviso dai situazionisti, i quali, in base a questo concetto, sviluppano un’interpretazione e una critica della realtà a loro contemporanea, considerando la teoria di Marx come punto di partenza, e non di arrivo, per l’analisi dell’evoluzione del capitalismo.

L’obiettivo che mi prefiggo è quello di interpretare il più criticamente possibile la presentazione da parte dei giornali e della televisione della crisi balcanica negli anni ‘90 e l’intervento NATO come “guerra giusta”, leggere nei punti deboli dell’informazione elementi che possano portare alla luce l’evoluzione raggiunta da quella che Debord definiva la società dello spettacolo.
Non sarebbe possibile, in questo senso, un’interpretazione situazionista dell’accaduto, in primo luogo perché i situazionisti propriamente non interpretavano la realtà, ma agivano (o almeno queste erano le loro intenzioni) nella realtà, promuovendo una comprensione del suo ininterrotto movimento dialettico dal frammento alla totalità e viceversa, nella prospettiva marxiana di unione tra teoria e pratica; da ciò consegue in secondo luogo che l’attenzione non era mai rivolta al passato se non nella prospettiva di un uso critico e pratico del passato, rivisitato e trasformato in un senso nuovo e attivo, e détournato per modificare il presente secondo intenti rivoluzionari o almeno prerivoluzionari. Un’architettura critica che non implicasse anche conseguenze immediatamente pratiche, e azioni dirette, sarebbe stata senz’altro considerata ornamento ideologico dei recuperatori. Questa pseudo-interpretazione situazionista incorrerebbe quindi nel fondamentale ostacolo di tradire i suoi presupposti, trasformando le idee situazioniste in media strumentali ad un fine che non può completamente coincidere con l’unico obiettivo valido che i situazionisti dicevano di porsi durante la fine degli anni ‘50, e negli anni ‘60, e cioè la distruzione totale della società divisa in classi; un “situazionismo” così inteso non potrebbe che trasformarsi in ideologia. Anselm Jappe, che sottolinea[5] l’attualità di Debord e dei situazionisti e il loro contributo ad una possibile e necessaria critica della società contemporanea, mette in guardia dal rischio di “interpretare” troppo Debord, il quale voleva essere preso alla lettera.
Gli interventi situazionisti all’epoca della pubblicazione della sua rivista Internazionale Situazionista, e cioè gli anni che vanno dal 1958 al 1972, e quelli successivi di Debord, con le sue pubblicazioni e i suoi films, possono essere però ancora oggi, e direi soprattutto oggi, il punto di partenza imprescindibile per ogni sguardo alla realtà contemporanea.

Non è questa la sede per dimostrare quanto nella storia della critica sia stato fatto per occultare, falsificare o ideologizzare questo movimento: i Situazionisti hanno avuto il privilegio di essere dei classici «sostanzialmente segreti da sempre. All’inizio ostentatamente ignorati e taciuti, poi falsificati e resi incomprensibili, e infine rivestiti d’autorità di una notorietà ufficiale ripugnante, confusionista e compromettente»[6].
L’internazionale Situazionista stessa si è sempre prefissa un “agire nascosto” e più volte ha affermato esplicitamente che non sarebbe mai potuta diventare un’organizzazione di massa («Del ruolo dell’I.S.», in I.S. n.7, aprile 1962): l’I.S. avrebbe dovuto «organizzare solo il detonatore: l’esplosione libera» avrebbe dovuto sfuggire loro completamente, «e sfuggire a qualsiasi altro controllo» («L’operazione controsituazionista in vari paesi», I.S. n.8, gennaio 1963). Il rifiuto dei situazionisti di avere degli adepti, e di fare propaganda all’I.S., le numerose epurazioni, il carattere solitario di molti situazionisti e soprattutto la difficoltà e il rifiuto di dialogare con quanti, pur ponendosi in opposizione alla società, compromettevano i propri intenti, o non erano, secondo l’I.S., perfettamente coerenti, e in generale tutto l’atteggiamento situazionista e le loro modalità di intervento nella società, hanno permesso, se non addirittura incentivato, la loro diffusione capillare ma anche il fraintendimento delle loro teorie.
All’I.S. sarebbe quindi capitato ciò che succede ad ogni opposizione recuperata dallo spettacolo il quale produce industrialmente un effetto di familiarità artificiale al preciso scopo di impedire la conoscenza. La familiarità equivoca che il cosiddetto “villaggio globale” procura con azioni e persone fatte rientrare nel suo cerchio di luce è inversamente proporzionale alla conoscenza che ne consente.
Considerato l’uso corrente del temine “spettacolo” e “spettacolarizzazione” dovuto ad una lettura superficiale, prevenuta, ambigua e spesso volontariamente stravolta di Debord, dedicherò quindi parte del lavoro ad una definizione corretta di questi vocaboli. Per evitare, inoltre, il più possibile qualsiasi occultamento o falsificazione o ideologizzazzione, mi propongo di usare la teoria e la pratica situazionista non come un “filtro” ma come un “aiuto” all’analisi di alcuni accadimenti attuali, che risultano anche dai “dati ufficiali” particolarmente complessi e intricati; il più possibile, dicevo, senza pretendere di riuscirvi dato che questo obiettivo è in netta contraddizione con l’uso della citazione non détournata, e dell’appello ai situazionisti di fatto come ad auctoritas.

In riferimento alla società dello spettacolo, l’aspetto mass mediatico, secondo i situazionisti, è semplicemente «la sua manifestazione superficiale più opprimente»[7] (SdS § 24 Pag.93); la difficoltà che incontrerò nel mio lavoro sarà quindi quella di dover leggere, tra l’evidenza di alcune aberrazioni tipiche dell’informazione mass mediatica, aspetti significativi per la comprensione di quanto è accaduto e perché; tenterò quindi di non incorrere in una critica, che diventerebbe anch’essa spettacolare, superficiale e inutile che sia un elenco degli errori commessi dall’informazione, ma di ricondurli alla loro matrice economico-politica, tentando di dare una lettura coerente sia di questi errori, sia della loro inevitabilità, traendo alcune conseguenze rispetto alle implicazioni concrete che l’uso di falsificazioni continue comporta, e al presupposto strutturale, che le produce, a cui conduce l’analisi di quest’uso.
Privilegerò l’analisi del giornalismo soprattutto televisivo, tenendo conto di quanto detto da Debord rispetto all’apparente neutralità degli strumenti mass mediatici:

Se lo spettacolo considerato sotto l’aspetto ristretto dei “mezzi di comunicazione di massa”, che sono la sua manifestazione superficiale più opprimente, può sembrare invadere la società come una semplice strumentazione, questa in effetti non è nulla di neutro, ma la strumentazione stessa che conviene al suo automovimento totale[8].

La comunicazione unilaterale operata dai mass media è stata resa possibile, compatibile, prodotta e voluta dai meccanismi sociali che agiscono il controllo totale, che gli è strutturalmente necessario, dell’informazione: «La scissione generalizzata dello spettacolo è inseparabile dalla Stato moderno, vale a dire dalla forma generale della scissione nella società, prodotto della divisione del lavoro sociale e organo del dominio di classe» (SdS §24 pag. 93). Vedremo come la falsificazione e il controllo dell’informazione non siano agiti sui contenuti (l’attendibilità dei fatti riportati non può in questo lavoro essere messa in discussione dato che le mie fonti non possono che essere, nella maggior parte dei casi, gli stessi mass media) ma sulle modalità di diffusione e presentazione delle informazioni[9]. In questo modo vorrei allontanare l’idea pericolosa e paranoicizzante di un dominio occulto falsificatore dovuto alla malafede di qualcuno o di qualcosa, e riferirmi piuttosto ad alcune necessità intrinseche (economiche soprattutto) del sistema spettacolare.

L’impossibilità di porsi al di fuori dello spettacolo impedirebbe logicamente di principio qualsiasi critica allo spettacolo stesso. La totale espropriazione del linguaggio da parte dello spettacolo, definito anche come eccesso del mediale, rende improbabile l’uso di mezzi che non siano spettacolari: se negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 era forse ancora possibile illudersi di agire contro il sistema imperante détournando frasi, fumetti e quadri o attraverso l’uso sistematico dell’improperio, in una prospettiva estetico-politica che prendeva spunti parallelamente dai movimenti rivoluzionari e dalla crisi delle avanguardie, oggi è possibile solo constatare la potenza dell’odierno spettacolo, provando ad indicarne l’uso che ne fanno le autorità. Debord ha provato a dimostrare che è possibile analizzare e quindi attestare la falsificazione operata dallo spettacolo anche da quanto esso offre e mostra di se stesso.

Per una questione di tempo e per non deviare e appesantire troppo la mia esposizione farò riferimento solo ad alcune, fra le più riconosciute, teorie sugli effetti sociali dei media. Approfondire l’aspetto mass mediatico più tecnico mi avrebbe impedito la possibilità di mettere a confronto le tecniche di diffusione con i contenuti e i “fatti”, e di mantenere uno sguardo di ampio respiro.
Ho scelto di dimostrare l’evoluzione raggiunta dallo spettacolo attraverso l’analisi di quanto abbiamo saputo della crisi balcanica perché credo che anche dall’analisi della gestione delle guerre create e poi falsificate dallo spettacolo si possano trarre degli importanti spunti di riflessione[10].
Partendo dalle conclusioni di Debord esposte nelle sue ultime opere, è possibile, a mio avviso, trovare i punti deboli di un meccanismo fondamentalmente fallace.

0.2 PROBLEMI METODOLOGICI

Ho accennato nell’introduzione all’impossibilità metodologica di criticare lo spettacolo dall’interno dato che lo spettacolo è “dappertutto”. Lo spettacolo è «il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. E’ l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. [...] è la forma che sceglie il suo proprio contenuto» (SdS §24 pag.92-93).
Quest’impossibilità metodologica si riscontra su due piani: quello che riguarda il piano dell’ espressione linguistica, che Debord affronta esplicitamente nei suoi Commentari sulla società dello Spettacolo quando parla del rischio di travestimento spettacolare che ogni dichiarazione assume, suo malgrado, nella società dello spettacolo, dove è avvenuta la totale espropriazione del linguaggio; e il piano che si potrebbe chiamare più propriamente logico direttamente collegato al concetto di spettacolo.

Debord risolve il primo di questi problemi escogitando un metodo che può essere forse considerato arbitrario e soggettivo, quindi non convincente: egli propone un modo di scrivere sempre nuovo e non riproducibile, generalmente oscuro nonostante e forse proprio per la banalità degli assunti, per garantirsi uno spazio di parola che sfugga alla rapida invasione “civilizzatrice” della società dello spettacolo, con la consapevolezza che ogni critica viene recuperata dallo spettacolo stesso che, organizza una vuota discussione su di sé facendo convergere spettacolarmente ogni desiderio verso il piacere dei mass media. Raoul Vaneigem nel suo Saper vivere. Trattato ad uso delle giovani generazioni, pubblicato anch’esso, come La società dello spettacolo, nel 1967, diceva: «E’ proprio perché le nostre conoscenze sono in sé banali che possono giovare agli spiriti che non lo sono»[11]. Il rischio del controllo spettacolare quindi non è tanto sui contenuti quanto sulla forma che mediata dallo spettacolo rende innocuo qualsiasi messaggio. I situazionisti traevano la loro forza comunicativa dagli ambienti artistici delle avanguardie, da cui quasi tutti provenivano, e hanno sempre prestato particolare attenzione all’espressione delle loro teorie, evitando i possibili fraintendimenti; studiavano scrupolosamente le modalità di ogni intervento pubblico e di ogni azione sociale, soprattutto durante le contestazioni del ’68, e riuscivano in questo modo a prevederne gli effetti; curavano stilisticamente ogni pubblicazione, levigando in modo quasi ossessivo le parole e le frasi tanto che venivano spesso accusati di essere degli esteti del linguaggio e di rimanere eccessivamente oscuri alle persone cui pretendevano di rivolgersi.
La correttezza e la coerenza contro lo spettacolo venivano sempre addotte come ragioni di questo formalismo e della continua ricerca di modalità sempre nuove anche nella contestazione “in piazza”. Debord però sapeva bene, che lo spettacolo, il quale si presenta come una accumulazione di false innovazioni, integra, recupera e si appropria di ogni novità che rischia di rivoluzionare lo status quo, e conosceva bene anche il rischio di recupero in cui incorrevano i situazionisti e quanto questo rischio fosse reale anche all’interno dell’I.S.[12]; Debord si rifugia, nelle ultime opere in una semplicità linguistica quasi disarmante rispetto alla difficoltà di lettura de La società dello spettacolo.

Risulterà chiaramente dalla lettura di questo lavoro che mi sono dovuta affidare al linguaggio spettacolare per l’esposizione dei contenuti. Nel primo capitolo, trattando della scelta situazionista della dialettica, proporrò un’analisi che parta da ciò che lo spettacolo offre di sé e da come lo mostra, rinunciando quindi alla pretesa di pormi al di fuori dello spettacolo.

Da un punto di vista invece “logico” per rendere possibile la falsificazione di una onnipresente struttura che si vuole criticare bisogna rifarsi alla formulazione più matura del concetto di spettacolo e alla sua genesi dalla forma-merce. Il concetto di spettacolo nei situazionisti, e in Debord, subisce infatti nel tempo un’evoluzione che presuppone un approfondimento dei concetti di alienazione e falsificazione, e di verità e falsità rispetto ad un soggetto o ad una natura ontologicamente dati a priori.
Se lo spettacolo inizialmente era concepito come una falsa rappresentazione della realtà, poi è diventato la falsificazione della realtà stessa, dato che falsificati sono tanto il processo produttivo quanto la percezione stessa.
La scissione generalizzata, che trae la sua origine dalla separazione e autonomizzazione dell’economia, che ha portato con sé tutte le successive separazioni, avrebbe rotto lo sviluppo organico dei bisogni sociali e liberato un «artificiale illimitato». Dalla critica dell’economia separata, che coincide con la prima falsificazione, è possibile quindi determinare ontologicamente, o, meglio, dialetticamente, la falsità, mentre della verità si può dare solamente una definizione mediata. Nel primo paragrafo del primo capitolo approfondirò i concetti di alienazione e di reificazione nell’economia capitalista, sede della prima e originaria falsificazione o separazione; rinvio allo stesso paragrafo per i concetti di mediazione e astrazione implicati.
Mi limiterò in quest’introduzione a porre le basi logiche di quanto verrà esposto in seguito sulla falsificazione operata dall’economia capitalista.
Dalla forma semplice di valore data da Marx, tela = abito, che esemplifica la logica sottostante il mondo delle merci, e che contraddice chiaramente il principio di non contraddizione, e che quindi rende artificialmente valida la formula hegeliana dell’immediatezza, essere = nulla, si desume la colpa originaria del capitalismo e si dimostra la sua opera di falsificazione. La realtà originaria che verrebbe falsificata però non è data a priori: nella prospettiva dialettica la storia è la storia della produzione del soggetto da parte di se stesso, è quindi una lenta evoluzione del soggetto e dei suoi bisogni; è un’interazione continua tra il “sé” del soggetto e le sue creazioni, che sono il rispecchiamento del suo sé. Il soggetto e l’oggetto si costituiscono quindi a vicenda e non si riducono mai l’uno all’altro. Per Debord l’unità possibile del soggetto e dell’oggetto non è mai un’identità totale necessariamente immediata, ma un’unità mediata in cui sono tolte le oggettivazioni che si oppongono in modo assoluto all’individuo. La realtà è sempre storicamente data, e la falsificazione si può trovare confrontando la realtà attuale con quella precedente: il dialogo è la base sociale di ogni logica e l’alienazione fondamentale della comunicazione ha reso lo spettacolo «totalmente illogico». Dall’analisi del “valore” come “fatto sociale totale”, dall’analisi della merce e del processo di astrazione che trasforma tanto la produzione quanto il pensiero, si arriva alla determinazione del concetto di spettacolo, l’ideologia materializzata, visto come un momento dello sviluppo della produzione della merce. Lo spettacolo quindi non riguarda solamente la sfera della circolazione delle merci, del consumo, o la sfera sociale; non guida propriamente la produzione di merci: non è quindi una sovrastruttura (come risulta essere invece l’economia separata ed autonoma).
La teoria critica di Debord si basa sulla categoria dello scambio, e pone quindi particolare attenzione alla sfera sociale e ai rapporti intersoggettivi. Sembra interessarsi meno alla sfera dell’oggettività, cioè al rapporto uomo e natura che, per Lukacs autocritico del 1967, coinciderebbe con l’analisi del lavoro. L’apparente disinteresse di Debord per il lavoro si spiega col fatto che per lui il lavoro non coincide con il ricambio organico con la natura, ma con una modalità storica di organizzare questo ricambio. Il lavoro come unica possibilità di rapportarsi dell’uomo alla natura, non è una necessità ontologica, ma una caratteristica specifica del capitalismo, che incorre nell’attualissimo problema del singolo che può partecipare del prodotto complessivo solo tramite la sua quota di lavoro individuale. Se infatti il modo di produzione fosse immediatamente socializzato, sarebbe superfluo lo scambio di unità di lavoro oggettivate in merci.
La falsificazione di questa prima astrazione, in cui l’uomo vende il proprio lavoro astratto, quantitativo, falsifica ogni possibile rapporto tra il soggetto e l’oggetto non più riconosciuto come derivante da sé, cioè come visione soggettiva dell’oggetto.

In questa prospettiva l’analisi marxiana della merce e quella di Debord dello spettacolo, conseguenza storico-dialettica della logica della merce, sarebbero gli unici presupposti per falsificare il capitalismo dall’interno senza dover definire ontologicamente verità e soggetto.
«Lo spettacolo riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato» (SdS §29, pag. 96), crea un’illusoria unità tra soggetto e oggetto, unità che si pretende data immediatamente, e che altro non è che «l’economia sviluppantesi per se stessa» (SdS §16, pag. 90), imposta a tutti come mediazione necessaria per cogliere la realtà, come «linguaggio comune di questa separazione» (SdS §29, pag.96); l’economia autonomizzata così sottomette il soggetto all’oggetto storicamente creato dal modo di produzione capitalistico: la logica della merce in cui si è oggettivato il rapporto sociale che l’ha prodotta. Il processo del capitalismo fondato sull’accumulazione progressiva e sulla falsificazione determina la reificazione di ogni comportamento sociale.
Tratterò della reificazione, e della sua distanza concettuale dall’alienazione, nel primo capitolo che si concluderà con la necessità della prospettiva dialettica. Il diventar-mondo della falsificazione comporta il reciproco diventar-falsificazione del mondo. In quest’ottica, dato che anche per la filosofia si impone la necessità di rinunciare alla “verifica”, accontentandosi, casomai, di investigare i “puri” criteri di possibilità, l’unica operazione logica tradizionale rimasta è la dimostrazione del falso.
L’uso sistematico dell’accusa di “disinformazione” da parte dello spettacolo conferma la consapevolezza sociale dell’impossibilità logica della verità. La scelta dialettica propone uno sguardo sulla realtà che stimola una prassi propositiva verso una nuova sintesi che non sia la negazione astratta o la riproposizione dell’identico, le quali coincidono nell’assoluta stasi creata per lo spettacolo.

[1] L’INTERNATIONALE SITUATIONNISTE è fondata ufficialmente il 28 luglio 1957 a Cosio d’Arroscia (Imperia); dal giugno 1958 Debord è direttore della rivista Internationale Situatinniste. I primi 8 numeri (n.1 giugno 1958; n.2 dicembre 1958; n.3 dicembre 1959; n.4 giugno 1960; n.5 dicembre 1960; n.6 agosto 1961; n.7 aprile 1962; n.8 gennaio 1963) uscirono come bollettino centrale edito dalle sezioni dell’internazionale situazionista; i numeri dal 9 all’11 (n.9 agosto 1964; n.10 marzo 1966; n.11 ottobre 1967), senza indicazioni, dovevano essere, secondo le decisioni della VI Conferenza di Anversa, quelli di una rivista riservata all’espressione situazionista per la regione dell’Europa occidentale, mentre la zona scandinava e quella dell’Europa centrale avevano altre riviste; il n.12 ( settembre 1969) è uscito invece come Rivista della sezione francese dell’I.S. In italiano un volume raccoglie i dodici numeri della rivista: I. DE CARIA e R. D’ESTE, a cura di, Internazionale situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino 1994.

[2] G. DEBORD, La Société du spectacle, Éditions Champ Libre, Paris 1971 [trad. it. La società dello spettacolo, in Commentari sulla società dello spettacolo e La società dello spettacolo, Sugarco Edizioni, Milano 1990.

[3] Geschichte und Klassenbewusstsein tradotto in francese nel 1960 contro la volontà di Lukács influenza certamente Debord, anche se le citazioni dirette dei situazionisti sono solo due: in Internationale Situationiste n.4/31, e in La société du spectacle al paragrafo 112.

[4] E’ il paragrafo conclusivo del primo capitolo, dedicato all’analisi della merce, di Das Kapital. Kritik der politischen Oekonomie. Per le successive citazioni, mi riferirò alla ristampa dell’edizione anastatica del 1989, (v edizione, ottobre 1964): luglio 1994, Editori Riuniti, tradotta in italiano da Delio Cantimori.

[5] Sono particolarmente debitrice ad ANSELM JAPPE e al suo libro Guy Debord, la cui prima edizione è stata pubblicata nel 1993 dalle edizioni Tracce di Pescara, sia per quanto riguarda i problemi teorici che i situazionisti pongono, sia per le sue conclusioni rispetto alla critica della società contemporanea.

[6] MARIO LIPPOLIS, Internazionale sconosciuta, contributo all’aborto di una familiarità fittizia, febbraio 1993, intodruzione a Internazionale Situazionista 1958-69, cit, pag.XII.

[7] Le frequenti citazioni dalla Società dello spettacolo verranno indicate in seguito SdS, secondo i paragrafi e l’indicazione della pagina dell’edizione italiana de La Société du spectacle, cit.

[8] SdS, §24, pag.93.

[9] Sarebbe interessante un’indagine sulla “falsità” dei contenuti mediatici che avesse come oggetto di analisi i media jugoslavi. Un buono spunto è l’articolo di Nenad Pejic, giornalista di TeleSarajevo, «Il ruolo dei media nella guerra balcanica», apparso su Problemi dell’informazione, Anno XVIII n.1, marzo 1993. Dal 1987 in Serbia e dal 1990 in Croazia infatti «le nuove autorità televisive nominate dai partiti di governo iniziarono a produrre programmi “in nome degli interessi etnici”» e a fornire «mezze verità» che di fatto erano menzogne. La lotta delle autorità contro i giornalisti indipendenti si svolse sotto tutti gli aspetti – politico economico mediatico – e vinta anche grazie a spazi informativi chiusi e ristretti regionalmente che promuovevano un «reciproco embargo delle informazioni». In questo lavoro sono però costretta ai rivolgermi ai contenuti mediatici “come se fossero inequivocabilmente veri”.

[10] Nel corso dell’analisi userò spesso termini sia al singolare che al plurale: intervento/interventi NATO, e guerra/guerre nei Balcani. In alcuni passi mi riferirò in fatti ad una medesima lettura della crisi che interessa tutto il decennio in questione, per l’evidente continuità spettacolare in cui si inserisce; a volte userò invece il plurale per evidenziarne differenze, ricorrenze o implicazioni mediatiche rispetto alla pluralità dei “punti di rottura” inseriti in un’unica dinamica di escalation.

[11] La frase è citata in M. LIPPOLIS, op. cit., pag.XVI.

[12] G. Debord e G. Sanguinetti affrontano il problema dello scioglimento dell’Internazionale Situazionista nel libro Internationale Situationniste, La Véritable Scission dans l’Internationale: le cause dello scioglimento sarebbero da rintracciare nell’atteggiamento «pro situ» di molti partecipanti all’I.S., e cioè in una condizione di passività alle iniziative dell’I.S.; si sarebbe così diffuso proprio all’interno del loro gruppo la stessa tendenza che si può notare nel cittadino della società dello spettacolo: l’essere spettatori di immagini scelte da altri. L’I.S. ha sempre combattuto, anche al suo interno, l’atteggiamento contemplativo indotto dal capitalismo avanzato. Frequentissime sono state le “epurazioni” fin dai primi anni di attività, di cui si dava notizia nei numeri della rivista omonima; la coerenza li spingeva ad un’autocritica spesso aspra che ha portato a rotture e divisioni non sempre pacifiche.

 
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