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Per un nuovo Umanesimo economico

di Lovanio Belardinelli 26 Aprile 2004         Letto 3136 volte
Agli albori del neoliberismo economico, quando ancora il monetarismo dei Chicago Boys era poco più di una teoria che veniva disputata nelle aule accademiche ed i neologismi anglosassoni relativi al mondo della finanza e dell’economia venivano ascoltati con malcelato fastidio, era opinione diffusa, in Italia come in molti altri paesi europei, che gli anni futuri sarebbero stati caratterizzati da un crescente progresso economico e sociale.
Per la verità alcune voci fuori dal coro mettevano in guardia dai facili ottimismi. Negli Stati Uniti già si evidenziavano le conseguenze del capitalismo rampante sulla società ed in particolare sui ceti medio bassi. Ma l’America, per quanto presente, era considerata ancora lontana. Un mito che nel bene e nel male era distante dalla nostra realtà un intero oceano.
Se un film ci parlava del rapido impoverimento degli agricoltori americani, stritolati in un meccanismo dominato da potenti oligarchie che controllavano il mercato, dalla vendita del prodotto all’acquisto dei diserbanti fino alla concessione del prestito in banca, se articoli di quotidiani e riviste e interi libri esaminavano dettagliatamente la progressiva mercificazione del lavoro delle categorie più deboli (operai, impiegati di base) ma anche la costante perdita di potere d’acquisto delle fasce medie (quadri dirigenti, professionisti) che per mantenere costante il loro tenore di vita erano costrette a sostenere impegni lavorativi crescenti e sempre più caratterizzati dall’incertezza, si era portati a ritenere che, dopotutto, l’America era un altro continente e che da noi “certe cose non possono accadere”.
Venti anni fa, infatti, il termine “globalizzazione” era praticamente sconosciuto e chi si arrischiava a spiegarlo doveva impegnarsi in un non facile esercizio dialettico.
Oggi, l’operaio del calzaturificio marchigiano che vede la propria attività “decentrata” in Romania o Lituania, il piccolo imprenditore che si arrende di fronte alla competitività del prodotto cinese, così come il professionista, il tecnico specializzato, il quadro aziendale che di colpo si trovano inutilizzati oppure devono “riconvertirsi” in mansioni sostanzialmente commerciali, saprebbero spiegare con chiarezza di termini e dovizia di particolari cosa significa globalizzazione.

Il grande inganno di questa parola sta nel fatto che, per anni, i sacerdoti del liberismo sfrenato, “senza lacci e lacciuoli”, hanno salmodiato le qualità terapeutiche della libera concorrenza, hanno esaltato la meritocrazia della impresa privata “pronta a morire nel tentativo del successo”, scagliando fulmini e saette verso tutto ciò che esprimeva fiducia nel controllo e nella presenza dello stato.
Secondo questi “guru” si dovevano aprire i mercati alla concorrenza internazionale, deregolare le operazioni finanziarie e valutarie, ridurre la pesante tutela del sindacalismo mediante una maggiore flessibilità del lavoro. Il premio sarebbe consistito nella crescente ricchezza e modernizzazione della società. Venti anni dopo qui in Italia, come del resto in tutto l’occidente, viviamo con stipendi di 750 euro mensili per semplici operai, con forti riduzioni nell’assistenza sanitaria e con accresciute spese nella scuola (a partire da quella dell’obbligo). In cambio del peggioramento dello stile di vita della maggior parte della popolazione, troviamo picchi stridenti di ostentazione dei consumi e dissipazione della ricchezza. Prova ne sono gli innumerevoli yachts, le ville milionarie, le auto di grossa cilindrata sempre più numerose.
Malgrado queste evidenze si continua imperterriti a proseguire in questa rotta. Ci dicono che dobbiamo essere più competitivi, che il mercato del lavoro è ancora troppo ingessato, che lavoriamo troppo poco. Con coerenza il nostro presidente del Consiglio si è espresso favorevolmente per una riduzione delle ferie e dei giorni di festa annuali.
Bisogna, proseguono i nostri saggi, ristrutturare, riconvertire, riqualificare e impegnarsi di più nell’innovazione.
Insomma se siamo in queste condizioni, tutto sommato è colpa degli operai, dei tecnici, degli imprenditori che non sono riusciti a stare al passo con i tempi. Bisogna tirar su le maniche e darsi da fare. Ecco dunque che, adeguatamente catechizzata, la comunità economica si mobilita: cerca con apprensione nuovi sbocchi commerciali, individua nuovi settori di “business”, sogna la Cina ad occhi aperti.
Non ci si accorge che, nel frattempo, le 200 multinazionali più grandi del mondo producono circa un terzo dell’intero P.I.L. mondiale (nel 1992 era pari al 26,8%). Le 100 maggiori multinazionali controllano oltre un terzo del totale degli investimenti esteri, mentre il 40% del commercio mondiale ha luogo all’interno di queste compagnie. La General Electric, La General Motors e la Ford insieme hanno all’incirca un fatturato doppio al PIL del Messico, mentre le dieci multinazionali maggiori controllano attività che rappresentano il triplo del reddito dei 38 paesi più poveri del mondo (con esclusione dell’India e della Cina) che riuniscono una popolazione di un miliardo di persone (1). I sostenitori della globalizzazione selvaggia dimenticano che le sperequazioni tra paesi ricchi e poveri tendono costantemente ad ampliarsi. Nel 1997, infatti, “la disparità di reddito tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi ed il quinto che vive nei paesi più poveri era di 74 a 1, mentre era di 60 a 1 nel 1990 e di 30 a 1 nel 1960. Il 20% della fascia più ricca detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20% della fascia più povera si deve accontentare dell’1%” (2). Pure nell’ambito dei paesi più industrializzati le cose non vanno per il meglio se ci riferisce alle classi medio-basse. Negli USA, infatti, a fronte di un aumento del salario medio reale del 79% relativo al periodo compreso tra il 1946 ed il 1973, si assiste ad una diminuzione del 4% per quanto riguarda l’intervallo compreso tra il 1974 ed il 1998 (3). Ciò ad onta della tanto decantata espansione USA che ha riguardato gli ultimi 8 anni del millennio appena terminato.

Ecco dunque tornare al costo del lavoro.
Il gigantesco meccanismo che si è innestato con la globalizzazione è basato su un planetario gioco al ribasso del costo della forza lavoro. Con l’apertura dei mercati si sono ricercati i siti dove il costo del lavoro fosse più basso grazie allo sfruttamento della manodopera (nuova schiavitù), al suo utilizzo in ambienti non salubri, alla distruzione incontrollata dell’ambiente. La delocalizzazione presso i paesi emergenti, a causa dell’effetto concorrenziale scatenato, ha comportato una marcata riduzione in termini reali del costo del lavoro anche nei paesi industrializzati riducendo, contestualmente, la tutela e la stabilità dello stesso.
Ha prevalso la logica dell’arricchimento (di un ristretto gruppo di persone) e non quella dello sviluppo (sostenibile).
Infatti qualora si volesse privilegiare lo sviluppo, presso i paesi occidentali ed ancor più in quelli emergenti, si dovrebbe puntare su salari più elevati sì da determinare non solo una crescita economica fondata sulla esportazione, ma anche alimentata da una domanda locale in forte accelerazione.
In questo modo una graduale tutela dei diritti dei lavoratori accompagnata dal rispetto per l’ambiente sarebbero risultati fruibili in tempi più brevi e accettabili. Invece si continua, immemori delle negative esperienze vissute durante il decollo industriale dei paesi ricchi, nello sfruttamento antiumano e illogico delle risorse, umane e materiali, con la stessa logica della rapina adottata dai conquistatori durante il colonialismo.

Si obbietterà: lo sapevamo, ma questo è il sistema. Non si può fare nulla o ben poco.
E proprio qui sta la menzogna più spudorata. Non è vero che nulla o poco si può fare. Si può fare molto, in modo incisivo e, soprattutto, subito.
Dove sono le forze politiche e sindacali che affermano di battersi per la tutela del lavoratore e la dignità dell’uomo?
Anni fa furono prese posizioni verso l’importazione di palloni di cuoio che, si diceva, venivano prodotti da schiavi bambini nel sud est asiatico. Si posero dei limiti. Ben poca cosa. Ma solo per mancanza di volontà e per viltà politica. Come si è in grado di porre limiti all’importazione della carne americana condita agli estrogeni, l’Europa può condizionare l’importazione di beni a dei requisiti minimi che devono essere seguiti per la loro realizzazione: salari, condizioni ambientali di lavoro, rispetto dell’ambiente. E questo anche a costo di uscire dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (paladino ad oltranza del libero commercio) che dovrebbe essere abolita o rifondata su principi e valori ben diversi dagli attuali. La costruzione dell’Unione Europea è una grande occasione in tal senso e può rappresentare quel cambiamento che tanto auspichiamo e di cui l’intero pianeta ha necessità per uscire da una logica ingiusta e autodistruttiva.

Il Vecchio Mondo deve impegnarsi per la modifica delle regole della globalizzazione, orientandole verso un gioco al rialzo. Redditi più elevati rispetto agli attuali, parametrati agli standard occidentali, permetteranno una crescita più veloce del tenore di vita dei paesi meno ricchi (con redditi più dignitosi), la tutela dell’ambiente, la salvaguardia della dignità dell’uomo. Tutto ciò creerà condizioni favorevoli alla crescita della domanda mondiale, di cui beneficerà anche l’Occidente in particolare l’Europa che potrà uscire dalle secche di una crescita asfittica pluriennale. La minore pressione concorrenziale sui salari determinata da una maggiore omogeneità della ricchezza nel mondo permetterà infatti la salvaguardia di redditi dignitosi ed eviterà l’attuale selvaggia delocalizzazione industriale portatrice non solo di nefaste conseguenze economiche, ma anche di pesanti riflessi nell’ambito sociale.

Si accuserà tale proposta di “statalismo” e “burocrazia”, di un ritorno al passato. Noi rispondiamo che la Politica torna a controllare la sfera materiale e quindi l’economia e la tecnologia. In tal caso ben vengano tali critiche.

Qualsiasi persona razionale sa che è profondamente ingiusto ed esiziale che paesi, popoli e interi continenti dipendano dalle decisioni di pochi, potentissimi consigli di amministrazione di multinazionali e istituzioni finanziarie svincolate da qualsiasi onere o obbligo verso i cittadini. Occorre altresì una partecipazione ed una volontà popolare alle decisioni fondamentali che riguardano la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ci siamo mai domandati, per esempio, se siamo stati interpellati in qualità di cittadini alla adesione alla Organizzazione Mondiale per il Commercio? E, se no, perché?
Oggi la globalizzazione è stata impostata e realizzata per arricchire. I proventi derivanti da questo enorme turbillon di capitali finanziari e materiali che si spostano alla ricerca spasmodica del profitto hanno costituito una ghiotta occasione di arricchimento per una ristretta cerchia (grandi investitori, alti dirigenti di multinazionali, banche e assicurazioni, professionisti, ecc.) mentre per tutti gli altri sono rimaste le briciole e le conseguenze negative di un mondo senza più equilibrio. Occorre un potere super partes e veramente democratico che possa impedire la continuazione di un simile stato di cose.

Quanto detto non sono belle parole. Sono dati incontestabili. Sono obiettivi che dovranno trasformarsi quanto prima in risultati se non vorremo vivere, nella nostra società avanzata, nella paura e nel terrore causati dall’odio delle nazioni più povere, ma anche da una crescente disparità economico – sociale esistente tra persone della stessa terra e dello stesso paese.

NOTE:

1) La trappola del commercio, Coote/Lequesne, pag. 254.
2) WTO, di Wallach/Sforza, pag. 17.
3) WTO, di Wallach/Sforza, pag. 152. Si veda anche E. Luttwak, La dittatura del capitalismo, pag. 220.

Fano, 25 aprile 2004.

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