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Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo, Feltrinelli

di G. Colonna 10 Novembre 2004         Letto 13513 volte
Diventerà davvero il libro cult degli adolescenti italiani? Allora i genitori devono per forza leggerselo da capo a fondo. Ci tocca.
Non è un’impresa sgradevole, perché il libro è scritto bene, in uno stile scarno e scorrevole, che denota il gran mestiere di sceneggiatore di Moccia (non a caso ne è stato subito fatto un film: ma non so se lo recensiremo…).
Qualche problema interpretativo, a meno che non siate molto aggiornati, per tutti i nomi commerciali di moto, motorini, scarpe, maglie e soprabiti che si inseriscono ad ogni pie’ sospinto nel racconto. Se c’erano ancora dei dubbi, la griffe è in realtà per i ragazzi un modo non per distinguersi ma per uniformarsi: a confronto, gli eskimo e i rayban degli anni Settanta fanno sorridere (i nostri adolescenti direbbero che fanno pena, probabilmente).
L’unico vantaggio sembra essere che non identificano come allora il nemico politico, ma accomunano tutti: ancora un passo avanti sull’omologazione annunciata da Pasolini, probabilmente.
La trama è semplice, ben sviluppata e articolata, come può esserlo la storia della brava ragazza di buona famiglia e del ragazzo bello, palestrato e ribelle che si innamorano; attrazione, esitazioni, paure, audacie; la scoperta del sesso (ovviamente); una tragedia che scuote l’andamento, tutto sommato scontato, della storia d’amore, che si esaurisce rapidamente.
La trama regge e scorre via; l’autore indulge all’introspezione, alla lirica e ad un pacato erotismo lo stretto indispensabile per suscitare negli adolescenti qualche bel sentimento e nei genitori qualche rapida nostalgia e non maggiori paure e rimorsi di quelli con cui ci confrontiamo quotidianamente.
Tuttavia, alla fine, per i quaranta-cinquantenni della generazione della politica, rimangono delle domande strane, probabilmente fuori tempo: per esempio, Step, è un vero ribelle o semplicemente un ragazzo traumatizzato da fatti familiari e avviato su quella “cattiva strada” che ai tempi della politica i sociologi chiamavano “devianza”? Il pestaggio facile, il furto-esproprio, la corsa in moto bastano davvero a creare un alone romantico intorno ad un ragazzo? Se sì, quanti metri dentro il cuore arriva il vuoto “esistenziale” dei nostri ragazzi?
Ma qualcosa è ancora più importante: l’amore, il grande amore adolescenziale, è tutto nell’incontro degli opposti, nelle prime carezze, negli ostacoli, nel fascino delle cose impossibili: ma l’impossibilità assume qui il carattere molto moderato di istintive valutazioni di opportunità, che alla fine fanno di Babi la bella e brava signora laureata e con buon stipendio, che già si intravedeva all’uscita dell’esclusivo liceo romano.
Ma Step, allora, che ribelle è, se non è riuscito a travolgerla con tutto il suo fascino corrusco, e nemmeno, a sua volta, ad esserne travolto dall’angelicata femminile bellezza?
Probabilmente Moccia, da consumato sceneggiatore, non voleva far pensare troppo né i ragazzi di oggi né noi: un rischio del resto che si corre raramente consumando gli sceneggiati e i film che scorrono sui nostri schermi.
E allora ai vecchi ribelli superstiti, invecchiati ma non domi, fa proprio male vedere che nemmeno nell’immaginazione, nemmeno quando scriviamo di loro, riusciamo a far intuire ai nostri figli qualcosa di totale, di assoluto, di cosmico sopra di noi, che in pochi attimi impegni la vita e possa anche superarla.
In questo senso, questo è un libro sintomatico di un Paese di giovani senza entusiasmi e di vecchi indeboliti da ideali dialettici.
Non rimane che sperare che da qualche parte invece maturino degli Step e delle Babi assai più ardenti e meno arresi al loro destino socio-economico: diversamente, resteremo ancora a lungo parecchi metri sotto il cielo.
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