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IL VENTO CHE ACCAREZZA L'ERBA - Il dramma del secolo

di Alberto Terenzi 26 Novembre 2006         Letto 3329 volte
Ci sono eventi culturali, rari, e per questo ancor più coinvolgenti, che ogni tanto fanno ben sperare.
Lo è per esempio lo splendido Il Vento che accarezza l’erba di Ken Loach, il regista britannico di Terra e Libertà: regista di impegno sociale non conformista e non retorico, dunque, che in questo film, premiato a Cannes nel 2005, trova una forza espressiva che non esitiamo a definire di potenza classica.
Intanto perché è stato capace, pur dando abbondante dinamismo e tensione al film, di conferirgli una sorta di aristotelica unità di luogo, tempo e azione: tutto si svolge, negli anni fra le due guerre mondiali, in un piccolo centro dell’Irlanda del sud, e ruota intorno ad una fattoria, ad un modesto centro abitato ed alle campagne circostanti. Di questo mondo Loach esplora, con pochi tratti scenografici e concentrandosi sui dialoghi e sull’espressività degli attori, i sentimenti della piccola comunità cattolica irlandese, oppressa dalla brutalità dell’occupazione britannica, e le ragioni del conflitto, anche sociale, coi protestanti, prima, e poi della guerra civile, esplosa a seguito della non accettazione da parte di tutti i patrioti del compromesso raggiunto con la Gran Bretagna sull’indipendenza dell’Eire.
La descrizione della violenza fisica e materiale cui questi uomini e queste donne si trovano sottoposti, ingenerando a propria volta, inarrestabilmente, violenza – è scarna, asciutta, dura, senza moralismi, senza pregiudizi, senza emotività: ne viene fuori una regia quanto mai drammaticamente realista, che obbliga lo spettatore a sospendere ogni giudizio fino alla fine, semplicemente immergendosi nei sentimenti dei diversi personaggi. In questo, sempre aristotelicamente, svolge degnamente il suo compito di opera d’arte, compito catartico, purificatore, grazie anche alle ottime interpretazioni dei protagonisti, ben disegnati e sorretti da una recitazione intensa ma mai retorica.
Alcuni splendidi dialoghi, che mettono in luce la sceneggiatura di Paul Laverty, riescono poi a riassumere, meglio di tanti manuali di storia, le ragioni politiche e le sfumature ideologiche che si confrontarono e si confrontano ancora, lì come in molti altri luoghi del Novecento e del nuovo millennio, quando è in gioco la patria, la giustizia, la libertà. Questi dialoghi infatti danno quello che manca a molti manuali: il senso morale delle scelte che hanno condotto tanti uomini a mettere in gioco interamente se stessi, fino al dono della vita, fino alla disponibilità a privarne gli altri.
Questa tensione morale è tutta concentrata nella tragedia del protagonista, magistralmente interpretato da Cillian Murphy, un giovane appena laureatosi in medicina che inizialmente vorrebbe dedicarsi alla professione medica e per questo cerca di evitare l’impegno politico. Ma, davanti agli abusi dei black and tans, i reparti di volontari, reduci dalle trincee della Grande Guerra, che gli inglesi utilizzarono nella durissima repressione dei moti irlandesi, viene sempre più trascinato nella spirale della violenza, in cui si immerge completamente spietatamente e inesorabilmente, fino a diventare il più deciso ed irriducibile sostenitore della lotta ad oltranza contro gli Inglesi e fino a restare coinvolto nella guerra di fazioni che, dopo le prime concessioni inglesi, insanguinò ancora a lungo l’Irlanda cattolica, non meno di quanto è poi avvenuto, fino ad oggi, nell’Ulster. Una guerra civile il cui significato fratricida è potentemente rappresentato dal terribile epilogo del film.
Dopo le speranze che tutti abbiamo coltivato dopo la fine, nel 1989, con la caduta del Muro, della “Guerra civile europea”, come l’ha chiamata Nolte – abbiamo dovuto scoprirne di ancora più terribili nel XXI. Per questo il film di Ken Loach suona per tutti come un solenne ammonimento alle vittime e ai carnefici, senza far mai dimenticare le responsabilità di questi ultimi, quelle potenze secolari le cui bandiere, come quella britannica per gli irlandesi, vennero guardate allora dagli oppressi, e tornano ad esserlo purtroppo anche oggi, come il “càmice del macellaio”.
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