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Il salvataggio della partitocrazia e il futuro della democrazia in Italia

di G. Colonna 21 Aprile 2013         Letto 1975 volte
Gli avvenimenti degli ultimi due mesi hanno di positivo la sempre più radicale chiarificazione di quale sia la situazione dell'Italia, al di là di quello che i mass-media riversano su di un'opinione pubblica attonita difronte al totale scollamento fra la situazione reale del Paese e le manovre della nostra classe dirigente.
Una prima constatazione è indispensabile, anche se non sembra ve ne sia traccia tra gli innumerevoli commenti sulla vittoria elettorale del Movimento Cinque Stelle: per la prima volta infatti si è affermata elettoralmente in Italia una forza politica di valenza nazionale diversa dai partiti che presero forma e potere settant'anni fa, dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. Il Movimento Cinque Stelle, infatti, non ha più alcun riferimento né storico né ideologico né internazionale rispetto a quelli che hanno caratterizzato i partiti nati o rinati nel tragico e travagliato biennio 1943-45.
È senza dubbio questa, in realtà, la novità che maggiormente preoccupa e sorprende l'establishment dei partiti italiani: li preoccupa e li sorprende perché, per la prima volta in settant'anni di vita, è il sistema dei partiti a trovarsi ridotto sulla difensiva e perciò obbligato, qualunque sia la collocazione ideologica o pseudo-ideologica di ogni singolo partito, a manifestare senza più mascheramenti la natura conservatrice della propria politica - arroccandosi nella difesa a oltranza di un sistema che pure ha ormai dimostrato, davanti all'opinione pubblica italiana e internazionale, di avere fatto il suo tempo da ogni punto di vista, incapace com'è stato di proporre e attuare soluzioni efficaci dinnanzi alla complessità delle sfide di questo momento storico.
Il vergognoso spettacolo offerto dai partiti storici nel corso delle elezioni del presidente della Repubblica, la completa disgregazione politica e morale dell'unico superstite partito di massa italiano (l'ex Pci), la rielezione del presidente che maggiormente ha contribuito all'affermazione, dimostratasi del tutto fallimentare, dei "tecnici" come ultima ratio per la conservazione del sistema - tutto ciò dimostra che questa ostinata strategia difensiva è davvero difficile da giustificare davanti al Paese, perché i problemi maggiori dell'Italia sono senza meno riconducibili proprio al potere che i partiti hanno assunto nella democrazia parlamentare italiana ed al modo con cui essi lo hanno utilizzato.
I partiti, da pure associazioni di cittadini destinate a "concorrere" alla determinazione della politica nazionale, secondo quanto recita l'art. 49 della Costituzione, sono in realtà divenuti costose istituzioni parallele dello Stato: come tali hanno condizionato non solo la vita politica ma la gestione operativa delle pubbliche amministrazioni, da quelle centrali a quelle periferiche; essi, a causa dell'inesauribile fame di denaro delle loro macchine clientelari, hanno permesso e beneficiato di un patologico intreccio affaristico con i poteri economici, ivi compresi i contro-poteri occulti (come quello delle mafie), piegando ai loro desiderata, spesso grazie allo spargimento di sangue di innocenti concittadini o di servitori dello Stato, la vita della collettività; essi sono i garanti della collocazione internazionale del nostro Paese rispetto alle grandi forze egemoni di livello mondiale, impedendo l'enuclearsi di un'autonoma visione degli interessi dell'Italia e di una chiara e coerente strategia per il loro perseguimento.
Dopo la rielezione di Napolitano assisteremo alla costituzione di un ennesimo "governo tecnico", impegnato a mettere in pratica le indicazioni di quei cosiddetti "saggi" che hanno formalizzato in due documenti di straordinaria miopia quel pugno di soluzioni di piccolo cabotaggio ritenute necessarie a perpetuare il sistema nel suo insieme, partendo dal presupposto che, in un momento di giganteschi mutamenti come quelli in corso a livello mondiale (crisi del capitalismo finanziario; spostamento sul Pacifico della competizione geo-politica; riemergere su scala mondiale della questione sociale; progressivo indebolimento dell'Europa unita), questo sia sufficiente a garantire ai partiti la perpetuazione del loro potere e degli equilibri affaristici che lo alimentano.
Sfuma quindi nell'immediato la possibilità che, dopo le recenti elezioni, pure poteva disegnarsi per l'Italia, di realizzare una democrazia liberata dalla partitocrazia: tema questo che, come è ben noto, rappresenta dalla fine dell'Ottocento una delle esigenze più gravi e documentate della storia della democrazia occidentale - giacché troppo spesso si dimentica che la crisi che negli anni Venti del XX secolo portò alla nascita dei regimi totalitari in Europa ebbe una delle ragioni del loro indiscusso seguito di massa nell'incompiutezza dei sistemi democratici, nei quali proprio i partiti avevano cercato di conquistarsi un ruolo determinante nelle istituzioni, esattamente quello che in Italia hanno raggiunto pienamente nel secondo dopoguerra, grazie all'influenza sulle grandi masse del cattolicesimo e del marxismo-leninismo.
È ora del tutto evidente che all'arroccamento della partitocrazia italiana si può rispondere solo con una moltiplicazione di forze morali ed ideali: è infatti necessario oramai pensare in termini di ricambio di classe dirigente, riuscendo nel difficilissimo compito di formarla con la necessaria rapidità e profondità, senza che sia più sufficiente, a nostro avviso, l'idea che internet, la tecnologia virale e gli strumenti social siano sufficienti a dare un'impostazione strategica al cambiamento. Solo uomini disinteressati e preparati, con una visione d'insieme e la necessaria determinazione per perseguirla, possono affrontare il compito.
Sul piano ideale, sarebbe infatti tragico limitarsi all'elencazione di quei dieci o venti provvedimenti, pur necessari ed applicabili, che l'attualità richiede a viva forza. Se essi non vengono inseriti in una visione di insieme, nella quale siano affrontate le questioni di fondo che i mutamenti contemporanei sollevano, a poco servirebbero: occorre parlare di riorganizzazione del sistema sociale, inclusa la concezione del lavoro, della proprietà e della moneta, avendo chiara la relazione con i diritti individuali e con i beni comuni; occorre disegnare, nell'orientamento complessivo dell'economia e dei suoi obiettivi, modelli di sviluppo alternativi, in grado di equilibrare capacità, risorse e sostenibilità nel tempo; occorre affrontare la questione della collocazione internazionale dell'Italia, rispetto sia alla questione dell'unificazione europea che a quella di un atlantismo superato dai fatti; occorre lavorare per liberare cultura, istruzione e ricerca dai vincoli opprimenti con cui economia e partitocrazie le condizionano.
Si raggiunge questo chiaro ma difficilissimo obiettivo rendendo i cittadini consapevoli di cosa debba essere oggi un organismo sociale sanamente e non patologicamente attivo: in esso, nelle società post-industriali complesse, si deve rendere armoniosa ed efficiente la coesistenza fra le esigenze di uno sviluppo culturale intellettuale scientifico, come motore ideale della società, quelle di un'amministrazione politico-giuridica equa e funzionale e quelle di un'economia cui non sia più possibile invadere, grazie al potere della moneta e del lavoro fatti merce, le altre sfere della società.
La democrazia, se vuole affrontare con efficacia il presente per il futuro, deve in sostanza emanciparsi definitivamente dai residui feudali che ancora la soffocano: da un lato quelli derivanti dalla partitocrazia, dall'altra quelli dei potentati economici, non a caso tra loro reciprocamente intrecciati. Solo in questo modo, con la piena libertà di espressione delle capacità individuali, con l'equa applicazione dei diritti del cittadino, con la solidarietà richiesta dalla crescente interdipendenza delle relazioni economiche (produzione, circolazione, consumo), possiamo pensare che i popoli possano conquistare la responsabilità e la dignità, attraverso l'autogoverno e la piena sovranità.
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