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Il presidente iraniano Rouhani e la “linea rossa” israeliana

di G. Colonna 17 Giugno 2013         Letto 1753 volte
Lo scorso dicembre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aveva affermato che l'Iran stava per avvicinarsi a quella "linea rossa" da lui indicata nel discorso alle Nazioni Unite del settembre 2012 come invalicabile per lo Stato ebraico, vale a dire il raggiungimento di una quantità di uranio arricchito sufficiente per produrre una testata bellica nucleare. Negli stessi giorni, facendogli eco, esperti israeliani stimavano che questa capacità sarebbe stata raggiunta dall'Iran tra la primavera e l'estate del 2013: cioè proprio quando gli iraniani avrebbero eletto il loro nuovo presidente.
Nelle parole del primo ministro israeliano, di nuovo a capo del governo di Israele dopo le elezioni del 22 gennaio scorso, sta quindi tutta l'importanza dell'elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani (Ruhani o Rohani, secondo altre dizioni).
Certamente la vittoria di Rouhani è importante anche sul piano interno, per almeno due buone ragioni: in primo luogo, essa dimostra che la linea apocalittico-populista di Ahmadinejad è stata affossata dalla direzione clericale del Paese, che ha escluso i candidati vicini all'ex-presidente dalla corsa alla presidenza; ma dimostra anche che la stessa classe dirigente clericale iraniana ha voluto mettere un freno alla pericolosa concentrazione di potere intorno alla Guida Suprema, Ali Khamenei, un potere soprattutto legato agli ambienti militari e dell'intelligence. Da quest'ultimo punto di vista è particolarmente significativa la sconfitta dei due più autorevoli candidati ispirati direttamente da Khamenei, Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, e Saeed Jalili, rappresentante di Khamenei nel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, l'organismo-chiave per la direzione del Paese sul piano politico-militare: ma soprattutto indicativo è il fatto che questi candidati sono stati protagonisti di uno scontro faccia a faccia proprio su come è stata gestita la diplomazia sul nucleare nel corso del trattative con l'Occidente.
"Quello che il popolo ha visto, sig. Jalili, è che lei non ha fatto un passo avanti e che la pressione delle sanzioni internazionali dura ancora. L'arte della diplomazia è di preservare il nostro diritto al nucleare, non di vedere aumentate le sanzioni", ha affermato Velayati nel dibattito televisivo che lo ha posto a duro confronto con Jalili, aggiungendo: "Quando la controparte è pronta a fare tre passi e lei vuole farne solo uno è chiaro che lei non intende fare progressi".
La questione nucleare, quindi, rimane anche per l'Iran al centro del dibattito politico, e proprio Rouhani vi ha svolto, storicamente, un ruolo determinante. Ma è fondamentale mettere bene a fuoco in quale veste Rouhani è stato protagonista della politica nucleare dell'Iran: non si può dimenticare infatti che l'attuale presidente, prima ancora che un negoziatore sul nucleare, è stato per ben sedici anni (1989-2005) segretario di quel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale che, nella complessa organizzazione della repubblica islamica iraniana, rappresenta l'organismo direttivo della politica internazionale e militare. Rouhani ha del resto una specifica esperienza di altissimo livello sul piano militare, dato che durante la sanguinosa guerra contro l'Iraq, è stato membro del Consiglio supremo di Difesa dal 1982 al 1988, rivestendo anche incarichi operativi, tra cui, dal 1986, quello di comandante delle Forze Aeree iraniane, prolungatosi anche dopo la fine del conflitto, fino al 1991. Sempre nella veste di esperto militare ha poi svolto l'incarico di consigliere per la sicurezza nazionale per ben tredici anni, con i due presidenti iraniani Hashemi (1989-1997) e Khatami (2000-2005).
Il suo profilo è quindi quello di uno degli strateghi della politica internazionale iraniana, come dimostrato dal fatto che intorno a Rouhani ruotano alcuni dei principali think tank che in Iran si occupano di politica internazionale, come il prestigioso Centro di Ricerche Strategiche, da lui diretto fino dal 1991, e alcune importanti riviste, come Rhabord (Strategia), Relazioni Internazionali e la Rivista Iraniana di Politica Internazionale, di cui è direttore.
È sicuramente grazie a questo elevato profilo di competenze che ha potuto mantenere per oltre trent'anni un ruolo costantemente determinante nell'elaborazione teorica e operativa della politica iraniana, fino ad essersi potuto permettere di pubblicare nel 2010 un corposo volume, oggi alla sesta edizione, intitolato Sicurezza Nazionale e Diplomazia Nucleare, nel quale ha ricostruito i 678 giorni (6 ottobre 2003 - 15 agosto 2005) nei quali ha diretto la trattativa con gli Occidentali (e non solo) sulla questione nucleare iraniana. Il lavoro, purtroppo non pubblicato in Occidente, ha persino suscitato qualche polemica in Iran per la dovizia di dati e informazioni che Rouhani ha reso noti sulle motivazioni della scelta nucleare iraniana, sulla difficilissima partita diplomatica con l'Occidente, sul complesso meccanismo con cui la trattativa è stata gestita sul versante iraniano, sulle ragioni che lo hanno portato a rinunciare all'incarico dopo l'elezione di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica islamica.
Al centro della visione di Rouhani sulla questione nucleare iraniana vi è una constatazione tecnica essenziale, vale a dire che l'acquisizione della capacità di sviluppare interamente il cosiddetto "ciclo del combustibile", vale a dire la capacità di produrre autonomamente combustibile nucleare arricchito anche solo intorno al 3,5 per cento comporta immediatamente la capacità di arricchirlo anche fino al 90 per cento - una capacità quindi di valenza militare. Avendo scelto, dalla fine degli anni Novanta, di possedere in forma autonoma il "ciclo del combustibile", l'Iran si è trovato in una situazione paradossale, che ha chiaramente spiegato in una lunga e fondamentale intervista, pubblicata sulla rivista Rhabord nel settembre 2005: "Se un giorno fossimo capaci di completare il ciclo del combustibile e il mondo vedesse che non c'è scelta, che noi abbiamo questa tecnologia, allora la situazione sarebbe differente. Il mondo non vuole che il Pakistan abbia una bomba atomica o che il Brasile controlli il ciclo del combustibile, ma il Pakistan ha costruito la sua bomba e il Brasile ha il suo ciclo del combustibile e il mondo ha iniziato a lavorare con loro. Il nostro problema è che non abbiamo né l'una né l'altro, ma siamo sul limite di poterlo fare. Nel caso della bomba atomica, non abbiamo mai voluto andare in questa direzione, e non abbiamo ancora mai completamente sviluppato una nostra capacità nel ciclo del combustibile. Questo quindi sembra essere il nostro maggior problema."
Per questa impostazione realistica, lo stesso Rouhani il 10 ottobre 2007, quindi in piena era Ahmadinejad, dichiarava in un discorso che l'Iran deve confrontarsi con un numero di minacce maggiori che in passato e che il successo in diplomazia doveva consistere nell'evitare che i nemici si alleino fra di loro, con ciò facendo un chiaro riferimento al fatto che Francia e Germania, ed in misura minore di Russia e Cina, si andavano uniformando quasi completamente alle posizioni statunitensi in seno al Consiglio di Sicurezza ONU, il quale ha permesso l'adozione di sanzioni ONU contro l'Iran all'inizio del 2007, quello che Rouhani aveva cercato di evitare quando aveva la responsabilità globale della trattativa.
Intorno a questi drammatici dati di fatto, il paradosso della situazione iraniana, il crescente sottostare della diplomazia internazionale alle indicazioni Usa, la costante minaccia di intervento militare, il duro gioco delle sanzioni, ruoterà quindi ancora il futuro della questione nucleare iraniana, in un clima che lo stesso Rouhani definisce di totale reciproca diffidenza, una diffidenza che egli estende anche a Russia e Cina (troppo preoccupate anch'esse di un Iran autonomo nel produrre combustibile nucleare), alla stessa Turchia (per ovvie ragioni di vicinanza geografica), senza parlare di un'Europa che egli ha ben conosciuto nella sua debolezza politica che le impone un'acritica accettazione della politica anti-iraniana Usa, nonostante gli evidenti interessi degli Europei ad avere un Iran amico in Medio Oriente.
Se quindi Rouhani non è un nazional-popolare apocalittico come Ahmadinejad, troppo spesso prestatosi per questo a facili demonizzazioni, è difficile tuttavia anche pensare che un simile esperto di questioni strategiche e internazionali sia il "riformista" pronto ad accogliere tutti i diktat occidentali, soprattutto se ad essi si affianca la continuamente ribadita minaccia di interventi militari israeliani o statunitensi: poche settimane fa, infatti, in piena campagna elettorale iraniana, il Washington Institute for Near East Policy (Winep), da sempre molto vicino alla lobby filo-israeliana Usa, pubblicava un dettagliato studio (Israeli or U.S. Action Against Iran. Who Will Do It If It Must Be Done?) a firma congiunta di un ex alto ufficiale dei Marines, James Cartwright, e di un ex-direttore dell'intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, nel quale ancora una volta si discute dell'opzione militare contro l'Iran come di un'ipotesi del tutto ovvia, in spregio ai fondamenti stessi del diritto internazionale.
Né il quadro delle ultime settimane sembra migliore, ora che potremmo assistere a giorni anche all'intensificarsi dell'impegno statunitense contro la Siria di Assad, con la possibile definizione di una ennesima no-flight-zone vicinissima proprio al confine con l'Iran.
In un simile contesto, Hassan Rouhani ha davanti a sé un compito non certo più semplice dei lunghi negoziati con l'Occidente che ha condotto per quasi due anni: non possiamo che augurarci tutti che questa volta gli arrida il successo che gli è mancato allora.
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