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Palestina elevata a Osservatore ONU: quali prospettive per il futuro?

di Luca Donvito 19 Agosto 2013         Letto 1421 volte
In un periodo come quello attuale, in cui l'attenzione dei mass media si concentra in modo quasi esclusivo su questioni di politica interna e di economia (leggi debolezza del governo di larghe intese e crisi economica), vale la pena dedicare qualche minuto ad una questione scottante, quella mediorientale, che ha smosso cuori e coscienze di almeno due generazioni di persone.
Partiamo dal 29 Novembre 2012, un Giovedì. Quel pomeriggio, l'Assemblea Generale dell'ONU, ha adottato la Risoluzione n. 19, all'interno della quale così si legge:
«... Stabilisce di accordare alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite, fatti salvi i diritti acquisiti, i privilegi ed il ruolo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina alle Nazioni Unite in qualità di rappresentante del Popolo palestinese, in conformità con le risoluzioni e le prassi in materia ...».
Svolta storica o fatto irrilevante dal punto di vista geopolitico? Cerchiamo di capire meglio.
Innanzitutto, una riflessione prettamente giuridica: con la risoluzione 19, in realtà, si è proceduto ad un upgrade, in quanto la Palestina godeva di tale status in qualità di OLP già dal 1974, successivamente (dal 1988) con il semplice nome di Palestina.
Inoltre, numerose fonti di informazione hanno associato il nuovo status palestinese a quello della Città del Vaticano. Tale parallelo risulta improprio, in quanto è la Santa Sede (che è un'entità e non uno Stato) a godere dello status di osservatore. Più propriamente si può invece affermare che l'Italia (fino al 1955) e la Svizzera hanno goduto dello status di Stati osservatori. Dunque l'Assemblea Generale, con tale risoluzione, ha riconosciuto la statualità della Palestina.
Senza ombra di dubbio, l'adozione (con una maggioranza schiacciante - 138 Paesi favorevoli, 9 contrari e 41 astenuti) aumenterà notevolmente le pressioni politiche su Israele e sui suoi alleati (Stati Uniti in primis).
Ma sono soprattutto le ricadute indirette che preoccupano principalmente Israele: l'acquisizione di questo nuovo status consentirà alla Palestina - tra le varie cose - di appellarsi alla Corte Penale Internazionale contro Israele per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e gravi violazioni dei diritti umani. Su questo tema, numerosi ed assai eterogenei sono i contributi ed i giudizi espressi da internazionalisti e cultori della materia. Tutti però mettono al centro della questione la statualità della Palestina: può quel territorio essere considerato uno Stato, al di là della dichiarazione formale della Risoluzione dell'Assemblea Generale? Facendo un passo indietro di 4 anni, si trova una dichiarazione formale presentata dall'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) alla Corte Penale Internazionale in cui si riconosce e si accetta la giurisdizione della Corte. Dopo ben 3 anni, la Corte ha dichiarato la propria impossibilità a procedere, affermando - in buona sostanza - che la Palestina non è uno Stato con dei confini definiti, un territorio ed una popolazione sulla quale esercitare potere sovrano.
A questo punto, dopo l'approvazione della Risoluzione n. 19, sicuramente qualcosa è cambiato, ma resta un problema: quello della retroattività. Premesso il principio della competenza ratione temporis, in base al quale la Corte può esercitare la propria giurisdizione solamente su crimini commessi dopo l'entrata in vigore dello Statuto di Roma per lo stato richiedente, il singolo Stato può richiedere un'estensione temporale delle competenze della Corte ad un periodo precedente mediante accettazione esplicita della norma contenuta nell'art. 12 - comma 3 dello Statuto: «... Se è richiesta l'accettazione di uno Stato che non è Parte del presente Statuto [...], lo Stato può, con dichiarazione depositata in Cancelleria, accettare l'esercizio della giurisdizione della Corte rispetto al reato in questione...». Se tale dichiarazione venisse presentata in questo momento storico, dopo l'approvazione della Risoluzione dell'Assemblea Generale, la stessa avrebbe valore, considerando che la Palestina è stata riconosciuta come Stato solo nel Novembre del 2012? Oppure è sufficiente che tale dichiarazione venga presentata da un'entità riconosciuta come Stato nel momento della presentazione della stessa? Sono tutte domande che in questo momento non possono trovare una risposta, almeno finchè gli internazionalisti non si saranno espressi in modo chiaro e definitivo sulla materia.
In secondo luogo, una riflessione di natura politica deve dare risposta ad una domanda fondamentale: l'adozione di tale risoluzione quanto e come potrà influire sul processo di pace?
Per poter tentare di rispondere a questa domanda, occorre considerare che l'adozione della Risoluzione n. 19 ha consentito una parziale convergenza tra l'Autorità Nazionale Palestinese - ANP, presieduta da Abu Mazen, ed Hamas, organizzazione avente carattere politico e paramilitare, che si è sempre dichiarata fortemente contraria alla politica "ufficiale" dell'ANP. Proprio alla luce dei numerosi attriti e delle profonde divergenze esistenti, acquisisce particolare significato politico il fatto che i dirigenti di Hamas abbiano - seppur limitatamente a questa operazione - espresso il loro apprezzamento per il lavoro svolto dal Presidente Abu Mazen.
Inoltre - aspetto da non sottovalutare - l'adozione della risoluzione potrebbe costituire una sorta di "promozione" conferita dal mondo occidentale per la politica palestinese degli ultimi anni, consistente nell'utilizzare armi diplomatiche presso le sedi istituzionali deputate piuttosto che la guerriglia.
Successivamente all'adozione della risoluzione n. 19, le televisioni ed i telegiornali di tutto il mondo hanno mostrato immagini di festeggiamenti nelle strade e nelle piazze di Ramallah, Gaza, Hebron, Nablus e Jenin. Ciò che molti cronisti non hanno probabilmente notato è che le bandiere che sventolavano erano tutte palestinesi. Niente bandiere di gruppi. Niente bandiere di fazioni. Potrebbe - questo - essere un segnale che tocca indirettamente la questione dell'unità nazionale, ormai lontano ricordo dopo la morte di Arafat e lo scontro aperto tra Hamas ed il partito di Abu Mazen, Al Fatah.
Abu Mazen che, per l'appunto, emerge forse come l'unico, vero vincitore. In un momento - quello attuale - in cui l'immagine del presidente risulta offuscata e la sua leadership alquanto evanescente, il lavoro diplomatico svolto da lui e dalla sua amministrazione costituiscono linfa vitale per la sua figura politica.
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