Versione stampabile Pagina stampabile

Il commissariamento di Banca delle Marche e la crisi di un sistema

di Pier Trapezio 01 Settembre 2013         Letto 1785 volte
La disfatta del sistema di potere intorno a Banca delle Marche è ora completa, col commissariamento dell'istituto intervenuto lo scorso 27 agosto, a poche ore da un consiglio di amministrazione dal quale era ormai chiaro non potesse venir fuori alcuna soluzione credibile per il futuro dell'istituto: il tutto ha avuto aspetti grotteschi perché, nel giro di poche ore, alla pubblicazione on-line di un comunicato che voleva essere tranquillizzante nei confronti della clientela, con toni polemici nei confronti di un presunto allarmismo da parte dei pochi media che si sono occupati della vicenda, seguivano i dati della disfatta e a stretto giro la comunicazione del provvedimento di commissariamento.
La banca dichiara oggi un aumento di 373 milioni di euro di crediti rettificati, rispetto al primo semestre del 2012, vale a dire ben 170 milioni di euro in più rispetto a quanto la banca stessa aveva comunicato appena lo scorso 1° agosto! Il che porta ad un risultato netto di periodo negativo per 232 milioni di euro, quando già il risultato del 2012 era, come si sa, negativo per 525 milioni di euro. Si incrementa poi anche la percentuale di deterioramento complessivo dei crediti dalla banca, per cui "le attività deteriorate si sono incrementate nel semestre del 15%, giungendo a rappresentare un'incidenza del 24,1% dei crediti a clientela (19,7% al 31 dicembre 2012)". Le conseguenze di questa débacle comportano che "il patrimonio di base del Gruppo scende da 873 milioni di euro del 31 dicembre 2012 a 643 milioni di euro del 30 giugno 2013, conseguentemente il patrimonio di vigilanza passa da 1.322 milioni di euro a 996 milioni di euro": per questo il Total Capital Ratio scende pesantemente al 6,64%, ben inferiore a quanto richiesto dai limiti minimi di legge e di sistema.
È bene quindi dire subito che non è vero che il commissariamento sia intervenuto per determinare "più tranquillità per arrivare alla ricapitalizzazione", come sostenuto dal portavoce della cordata di imprenditori che sta faticosamente cercando di arrivare alla ricapitalizzazione della banca e che pare stia incontrando non poche difficoltà, dopo il rifiuto di numerosi interlocutori qualificati. Infatti il commissariamento, si legge nel comunicato ufficiale, è avvenuto "alla luce dei risultati del primo semestre, pubblicati in data odierna, che si caratterizzano per consistenti rettifiche su crediti poste in essere dalla banca". Il nodo rimane quindi, come da noi puntualmente analizzato lo scorso 16 agosto, quello delle modalità di gestione dei crediti e del vertiginoso aumento del loro deterioramento, fatto questo che si collega indubbiamente alle singolari vicende oggetto degli esposti che la banca stessa ha dovuto presentare negli ultimi mesi e sui cui sviluppi per ora non ci sono ulteriori informazioni.
Ma che si tratti di vicende serie lo dimostra il durissimo scontro a colpi di memoriali e fuoriuscita di copie dei verbali dell'istituto, fra consiglieri dimissionari ed ex-presidenti della banca, a cui si è assistito nelle ultime settimane: uno scontro che non può che essere ingenerato dalle preoccupazioni per le possibili evoluzioni giudiziarie di vicende la cui dettagliata lettura suscita l'impressione complessiva di un sistema clientelare chiuso che operava senza la minima considerazione per il ruolo sociale di una banca che ha nelle Fondazioni radicate sul territorio la base dei propri capitali, una responsabilità di valore collettivo di cui questi amministratori pare abbiano fatto strame. Non è infatti difficile oggi calcolare infatti che proprio sulle Fondazioni impatterà la perdita di ulteriori 230 milioni di euro di capitale del gruppo nel giro di appena sei mesi (dagli 873 del 31 dicembre 2012 ai 643 del 30 giugno 2013), dato che è eufemistico dichiarare allarmante.
Persino un "tecnico" era riuscito a scrivere in questi giorni che "la crisi economica come motivazione principale non può essere accettata di buon grado di fronte a comportamenti che hanno risposto ad altre logiche", dato che "la correlazione tra approcci basati su un centro di potere unico e crisi bancaria è molto elevata" e si è spinto fino a parlare, bontà sua, di "coaguli di potere che piegano le decisioni a criteri atecnici" e di "malsane relazioni", senza ovviamente avere il coraggio morale di spingersi fino a riconoscere che la patologia che affligge le cosiddette "banche del territorio" è nell'intreccio con la partitocrazia. Questo insegna infatti, senza eccezioni di sorta, la geografia della crisi di queste banche in Italia, precisamente ricordate dallo stesso autorevole "tecnico". In Friuli: Hipo Alpeadria; in Veneto: Popolare Marostica, Credito Veneziano, BCC Monastier e del Sile, Banca Padovana; in Emilia Romagna: Cariferrara; in Toscana: Monte dei Paschi di Siena; in Umbria: Popolare di Spoleto; nelle Marche: Banca delle Marche; in Abruzzo: Tercas/Pescara.
In quanti di questi casi sono presenti i capitali delle Fondazioni? A quanto ammontano complessivamente "i danni" per il patrimonio comune della ricchezza del territorio? Quanto stanno incidendo sulla complessiva crescita (+22%) delle sofferenze bancarie, arrivate a sfiorare in questi giorni i 138 miliardi di euro nel nostro Paese? Quanto incidono questi crisi delle banche locali sulla stretta creditizia complessiva, che nell'ultimo anno ha sottratto 50 miliardi di euro alla capacità di investimento, di lavoro e di spesa di imprese e famiglie? Quanto sui tagli di almeno 19.000 posti di lavoro nel settore bancario previsti per i prossimi mesi?
Troppo spesso infatti, nelle analisi sulla "casta", ci si è dimenticati di andare in dettaglio ad analizzare in cifre gli effetti della "microfisica del potere", dipendente dallo stretto legame fra il potere economico-finanziario delle banche e il sistema dei partiti, sull'economia reale: ma oggi affrontare queste crisi senza in parallelo porre la questione del riassetto dei rapporti fra politica ed economia in Italia, significa far finta di ignorare i veri termini del problema.
Per questo riteniamo che sia necessario pensare a delle iniziative di coordinamento fra imprese, cittadini ed i pochi amministratori locali sensibili all'esigenza di reciproca indipendenza fra partiti ed economia per seguire tutte queste situazioni, arrivando, ove possibile, ad attivare azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori che hanno mancato al loro compito fondamentale: assicurare un corretto impiego della ricchezza di tutti, nell'interesse del territorio e del Paese.
Articolo