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Ucraina e Russia: una pace possibile?

di Redazione 23 Gennaio 2015         Letto 1287 volte
Intervista a Gaetano COLONNA (a cura di Luca Balduzzi)

imolaoggi.it di mercoledì 21 gennaio 2015

Dal dicembre del 2007, a seguito dell'estensione dell'area Schengen fino alla Polonia, l'Ucraina non ha mai fatto mistero di volere velocizzare il processo di integrazione con l'Unione europea. Che cosa è cambiato dopo la designazione di Viktor Janukovyč come Presidente della Repubblica nel 2010?

Dalla ricostruzione che ho potuto fare nel mio libro, basandomi su fonti certamente non filo-russe, risulta in modo indiscutibile che l'orientamento di Viktor Janukovyč era assolutamente in linea con il processo d'integrazione nella Unione Europea: è stata se vogliamo una sorpresa anche per me, se si pensa a come questo politico ucraino è stato dipinto da noi. Risulta altrettanto inoppugnabilmente dalle fonti che, dopo l'arrivo alla presidenza di Viktor Janukovyč, è stata l'Unione Europea a rialzare costantemente la posta, rifiutandosi per esempio di assumere precisi impegni a sostegno dell'economia del Paese in un passaggio sicuramente non indolore sul piano economico-finanziario. Si ha quindi l'impressione che la Ue avesse scelto di non accogliere l'Ucraina fin quando questa fosse stata guidata da un presidente che puntava a integrarsi con l'Europa mantenendo però buoni rapporti anche con la Russia, come del resto sarebbe logico per l'Ucraina. A mio parere, la Ue ha seguito i desiderata degli Stati Uniti che, nel dicembre 2012, hanno assunto una posizione durissima contro Putin, accusandolo di voler ricreare l'impero sovietico, mostrando quale sia la vera posta in gioco: fare della Russia una potenza di terz'ordine.

 

La deposizione del presidente Janukovyč ha fatto precipitare la situazione in Crimea... che rapporto esiste fra questa penisola e, rispettivamente, l'Ucraina, da cui ha deciso di rendersi indipendente in maniera unilaterale, e la Russia, a cui aveva già scelto di annettersi successivamente?

Anche in questo caso non mi sento di condividere l'impostazione predominante nei media occidentali. La Crimea, storicamente e per maggioranza etnica, è un territorio russo: se poi si ragiona, come l'Occidente ha sempre proclamato, in termini di diritto all'auto-determinazione dei popoli, la Crimea aveva tutto il diritto di staccarsi dall'Ucraina per ritornare alla Russia, dalla quale poteva separarla solo un atto incomprensibile come quello compiuto da Chručëv, il quale, forse per farsi perdonare l'immane bagno di sangue compiuto dai sovietici in Ucraina, le cedette la Crimea negli anni Cinquanta. È il caso poi di precisare, come ho fatto con una certa ampiezza nel libro, che Putin ha seguito la stessa condotta che l'Occidente aveva già codificato in Kosovo, in violazione degli accordi di Helsinki del 1975, accettando la secessione dalla Serbia di quella regione, creando un non-Stato che tuttora fatica a sopravvivere. Non si può quindi censurare sul piano del diritto internazionale quanto la Russia ha fatto in Crimea. Semmai, dovremmo mettere in discussione come sia stato usato e abusato strumentalmente (da Versailles in poi) questo celebrato diritto all'autodeterminazione dei popoli: basti pensare alla situazione della Palestina dopo più di sessant'anni.

 

La situazione, degenerata immediatamente in una guerra tuttora in corso nell'est dell'Ucraina, rischia di avere ripercussioni molto pesanti anche sul piano dell'economia: proprio il 15 gennaio l'Amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, ha definitivamente annunciato l'interruzione dei rifornimenti di gas per l'Europa attraverso l'Ucraina...

Certamente, la partita dell'energia rimane fondamentale. Ma non solo: ho sottolineato nel mio libro che nell'Ucraina orientale sono localizzate alcune fra le fabbriche più importanti per le forze armate russe, un dato strategico essenziale. Quindi, se ci sono spazi per una trattativa fra Russia ed Ucraina, sono i dati economici a suggerirli. In questo senso, però, c'è da chiedersi perché si voglia mettere la Russia con le spalle al muro proprio sul piano economico, con sanzioni che possono danneggiare solo l'Europa (ed in particolare la Germania). Facendo questo, gli spiragli per una mediazione si riducono: la mia impressione è che almeno alcuni ambienti occidentali puntino ad una prova di forza politico-economica con la Russia, nella speranza di ridurne il ruolo di possibile contrappeso in aree fondamentali come i Balcani, l'Asia Centrale, la Siberia, il Medio Oriente.

 

Sta facendo molto discutere la posizione conciliante del nuovo Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europa, Federica Mogherini, che avrebbe preso in considerazione la possibilità di alleggerire le sanzioni economiche nei confronti della Russia, anche se fino a questo momenti si sono dimostrate platealmente inefficaci, per non dire controproducenti...

Direi che questa sua osservazione conferma quanto ho appena detto: se gli Europei sono minimamente in grado di ragionare in termini di sovranità, è evidente che l'Europa non ha alcun interesse a mettere alla corde un grande paese come la Russia, la cui identità, cultura ed economia sono in grandissima parte complementari con quelle europee. Se si vede l'Europa in una prospettiva di cento anni, non si può che auspicare che la Russia svolga un ruolo di protezione del continente dalla prossima ventura espansione del mondo cinese verso occidente: e la Cina, culturalmente parlando, ci assai più lontana e assai meno complementare della Russia. Invece, stiamo spingendo la Russia nelle braccia della Cina, un abbraccio a mio avviso pericolosissimo per tutti, in primo luogo la stessa Russia.

 

La crisi della Crimea, però, non ha fermato il nuovo Presidente della Repubblica, Petro Poroenko, dal firmare l'accordo di associazione con l'Unione europea, che entrerà in vigore il 1° gennaio del prossimo anno, e di ribadire la sua intenzione di entrare a fare parte della NATO...

Non bisogna dimenticare che fin dal 2002 i governi ucraini hanno formalizzato la decisione di entrare nella Nato. Questa non si è potuta attuare per due ragioni: in primo luogo, perché l'opinione pubblica non era d'accordo, come ho documentato nel libro, nemmeno sotto il governo filo-occidentale portato al potere dalla cosiddetta "rivoluzione arancione"; in secondo luogo, perché la Germania si è sempre opposta a questa ipotesi, per evitare uno scontro con la Russia che era facilmente prevedibile, e che la Germania teme per ovvi interessi economici. È stato quindi attivato un meccanismo pericolosissimo, con incomprensibile tripudio della Polonia e dei Paesi baltici: infatti, se realmente le forze della Nato dovessero dislocarsi a qualche centinaio di chilometri a sud di Mosca, nessun presidente russo potrebbe tollerarlo, così come gli Stati Uniti non accettarono i missili russi a Cuba negli anni Sessanta. Tanto più che la Nato, da organizzazione nord-atlantica di difesa durante la Guerra Fredda, è divenuta da alcuni decenni un gendarme mondiale degli interessi statunitensi.

 

Fin dalla sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali, Poroenko ha annunciato una politica di dialogo con la Russia, ma nel rispetto dell'integrità e della sovranità dell'Ucraina... un confronto in base a queste premesse è veramente possibile?

Il confronto è sempre possibile, quando è davvero voluto e quando è un confronto fra posizioni chiaramente definite. Perché un confronto sia voluto e sia veramente un confronto, occorre perciò in primo luogo che gli Stati siano pienamente sovrani, cioè siano liberi nelle proprie scelte. Personalmente nutro qualche perplessità sul fatto che l'Ucraina sia oggi libera da condizionamenti: nel mio libro credo di avere analizzato in modo piuttosto documentato da dove giungano e di che tipo siano stati e siano questi condizionamenti. Per questo ho parlato di una "identità contesa": questo è in definitiva il dramma e la responsabilità maggiore che oggi pesa su questo popolo che ha già versato uno spaventoso tributo di sangue e di guerre civili alle ideologie del Ventesimo secolo. Occorre all'Ucraina non una nuova ideologia ma un'identità condivisa: non tocca all'Occidente fornirgliela, se veramente crediamo nella libertà dei popoli.

articolo intervista su Imolaoggi.it

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