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Quando Banca Marche non doveva diventare un caso

di D. Rossi 27 Dicembre 2015         Letto 1174 volte

"Ma perché organizzi questo convegno su Banca Marche? A che ti serve? In fondo quello che è successo è chiaro: hanno solo un po' edulcorato i bilanci...". Questa è la telefonata che ricevo dal Portavoce dell'allora Sindaco di Pesaro Ceriscioli, oggi Presidente della Regione Marche, nella primavera del 2013, quando decido di occuparmi da uomo delle istituzioni (ero Assessore alla Cultura della Provincia di Pesaro-Urbino) del bubbone, non ancora deflagrato, di Banca Marche.
Dopo aver studiato per qualche mese la situazione e dopo avere ricevuto copiosa documentazione da un grosso azionista privato della banca, mi si presenta chiara la dimensione di un disastro annunciato. E, assieme, la sorpresa che di quella vicenda, nota a tanti, quasi non se parli nei giornali locali e ancor meno nelle sedi istituzionali ufficiali. Sto in Giunta col PD e so che se me ne occupo mi espongo non poco. Decido di farlo, comunque, nel modo che mi sembra più consono a chi ha la responsabilità delle politiche culturali: organizzo un convegno dal titolo banale, "Cultura, Etica e Finanza". Il sottotitolo però fa rumore: "Il caso Banca Marche". Invito come relatori un professore universitario di filosofia morale, il direttore di un sito di informazione finanziaria di Milano (Etica News) e il grosso azionista privato della banca di cui sopra. Naturalmente, è lui il piatto forte della serata, con i suoi documenti sullo stato di salute della banca e le sue lettere di allarme che scrive da anni ai presidenti delle Fondazioni proprietarie della banca. Tutte lettere senza risposta, naturalmente.
Il mio Presidente della Giunta Provinciale (oggi Vicepresidente Nazionale del PD e Sindaco di Pesaro) mi chiede notizie di questo convegno, dal momento che ha ricevuto una telefonata allarmata del Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, principale azionista di Banca Marche. Io gli dico che non c'è da preoccuparsi e devo riconoscergli che, anche se un po' irritato dalla cosa, mi consente di organizzare il convegno liberamente. Le pressioni però non mancano: da ambienti della banca mi fanno arrivare la notizia che i dipendenti sono preoccupati di uscire danneggiati dal convegno e il capogruppo del PDL, poi passato a Scelta Civica, Roberto Giannotti, mi fa un'interrogazione preventiva. Dice che "è sconcertato da questa iniziativa" e me ne chiede conto e, naturalmente mi arriva la telefonata riferita all'inizio: "ma perché fai questa cosa?". Non solo: prima che si svolga il convegno e nonostante che i giornali locali censurino la mia iniziativa, si espone lo stesso Sindaco di Pesaro (ora Presidente della Regione) che dichiara al Resto del Carlino di come vadano preservati da "strumentali attacchi uomini preziosi e capaci come il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro" e che, anzi, Dio ce lo conservi a lungo. Il Presidente della Fondazione in questione è un ottuagenario potentissimo che ad oggi, nonostante tutto, è ancora in sella, temuto e riverito.
Potrei andare avanti a lungo a raccontare ciò che è accaduto: per ora, voglio solo dare un assaggio del clima che si respirava in quegli ambienti. L'informazione locale, la politica e la "banca del territorio" erano strettamente legati l'un l'altro: le critiche al sistema Banca Marche non dovevano passare sulla stampa e non passarono. Fino a quando salta tutto, ed allora vedi gli stessi che ti censuravano, giornalisti e politici, diventare coraggiosissimi difensori dei risparmiatori truffati. Non nascondo che ho la nausea nel leggere certi interventi sui giornali locali, di questi tempi.
Dulcis in fundo, in quei giorni del 2013, ho partecipato anche ad una riunione dei piccoli azionisti della banca, dove chi conduceva le danze tendeva a minimizzare ed a frenare le preoccupazioni e la voglia di reagire da parte degli altri investitori spaventati. Mi è sembrato singolare vedere oggi, fra quanti protestano dalle piazze e dalle tv in modo plateale e con dei bavagli in bocca, proprio alcuni di quelli che allora minimizzavano e frenavano.
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