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L’Italia con la Nato in Lettonia: la questione di fondo

di G. Colonna 16 Ottobre 2016         Letto 1001 volte
È necessaria una messa a punto per dare il giusto valore alla decisione del governo italiano di inviare 140 soldati italiani in Lettonia, come componente della forza Nato dislocata in quel Paese, al confine con la Federazione Russa.
L’orientamento della Nato a rafforzare militarmente i Paesi dell’Europa orientale (Paesi Baltici, Polonia, Bulgaria, Romania) è stata consacrata fin dal Vertice dei Capi di Stato e di Governo alleati tenutosi nel settembre 2014 a Celtic Manor: questo vertice ha infatti innescato una sequenza di misure operative che lo scorso 8-9 luglio hanno portato, dopo l’altro Summit Nato di Varsavia, tenutosi non a caso nello stesso edificio un tempo sede del comando supremo del Patto di Varsavia, alla concreta messa in opera del cosiddetto RAP (Readiness Action Plan, che potremmo tradurre con “Piano di Pronto Intervento”), articolato su due tipi di azioni: “misure di rassicurazione“ e “misure di adattamento”.
Con le prime è stato intensificato il pattugliamento aero-navale congiunto delle forze Nato, mediante esercitazioni nelle aree considerate più sensibili. Le misure di adattamento invece comprendono il potenziamento delle già esistenti Forze di Reazione Nato (NRF) fino a raggiungere almeno i 40mila uomini; la creazione di una Forza Congiunta di Reazione Immediata (VJTF), costituita da una brigata interforze di almeno 5mila uomini, capace di intervenire entro cinque giorni dalla sua attivazione come “punta di lancia” dell’apparato di reazione rapida; infine, è stata varata la formazione di otto nuove unità integrate della Nato (NFIUs) destinate a sostenere l’appena ricordata VJTF a livello locale, vale a dire nei Paesi a contatto diretto con la Russia.
Dopo il vertice di Varsavia sono in corso di attivazione quattro di queste unità integrate, una delle quali, diretta dal generale canadese Jonathan Vance, comprende anche un contingente italiano, oltre a quelli di Polonia, Slovenia e Spagna. Essa è dislocata nella base lettone di Adazi, situata a meno di mezzora a nord-est della capitale Riga e a duecento chilometri dal confine con la Russia: una base attiva da tempo, dove già in primavera si sono tenute esercitazioni multinazionali della Nato.
È piuttosto ipocrita, da parte di commentatori che non possono non esserne al corrente, far credere che sia una novità questo impegno italiano, dal momento che l’Italia, in quanto parte dell’Alleanza Atlantica dal 1949, è stata da subito profondamente coinvolta nel riorientamento strategico in funzione anti-russa. Sembra ci si dimentichi infatti che proprio in Italia, a Lago Patria presso Giugliano, Napoli, è dislocato il comando congiunto (JCF) Nato che, secondo quanto stabilito il 2 febbraio 2016 nella conferenza dei comandanti delle forze alleate, dopo due anni (2015-2016) di esercitazioni congiunte, diventerà il comando generale della NRF. Numerose esercitazioni sono già state infatti già svolte nel corso del 2016: BRILLIANT JUMP, TRIDENT JOUST e BRILLIANT CAPABILITY, solo per citare le principali.
Non basta: infatti l’Italia fornisce già la componente aerea della Forza di Reazione Nato diretta dal comando di Brunssum (Olanda) mediante il nostro Comando Operazione Aeree dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara, presso il quale si è svolta la prima fase simulata della esercitazione della NRF denominata TRIDENT JUNCTURE, la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda, che ha visto la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Per coordinare questo tipo di operazioni, proprio Poggio Renatico ospita, dal giugno 2015, il primo sito ACCS (Air Command and Control System), che fornisce alla NATO un sistema di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea.
Per la sua essenziale posizione geografica, del resto, l’Italia è collocazione privilegiata dei sistemi di comando, controllo, comunicazione e intelligence sia Nato che delle forze armate statunitensi operanti in Europa e nell’Africom, il comando che ha responsabilità strategica per l’intero continente africano. In questo contesto si inserisce il ruolo essenziale della base aero-navale di Sigonella, di fatto ceduta agli Usa, che l’anno largamente ampliata negli ultimi anni, dove ha sede il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance), in grado di fornire informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero arco delle operazioni alleate dal Mediterraneo, ai Balcani, Africa e Medio Oriente. Il nuovo sistema è composto da stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto alle missioni e da una componente aerea basata sui droni RQ-4 Global Hawk prodotti dall’azienda statunitense Northrop Grumman. Sigonella ospiterà sia il Centro di comando e controllo dell’AGS che il suo intero apparato logistico, oltre agli appena ricordati velivoli senza pilota. L’AGS coordina tutta la complessa rete operativa dei centri di comando, controllo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento della NATO a livello planetario.
Chi dunque sembra accorgersi solo oggi dell’impegno italiano nella nuova NATO sembra non tenere conto nemmeno di una ben nota realtà, quella per cui l’Italia è rimasta una delle pochissime nazioni europee ad ospitare le armi nucleari statunitensi, oltre a fornire agli Usa basi fondamentali per le strategie offensive americane. Testate nucleari sono a disposizione degli Usa nelle basi aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia). Ad Aviano è infatti dislocato il 31st Fighter Wing dell’aviazione militare Usa, con due squadroni di cacciabombardieri F-16 in grado di trasportare testate nucleari e di operare su richiesta della NATO e del Comando supremo alleato in Europa, anche nelle cosiddette out-of-area issues, nelle operazioni cioè fuori del continente europeo: gli F-16 di Aviano hanno preso parte a tutti i raid aerei attuati dalla NATO nei Balcani e in Libia, e, dall’agosto 2015, sei di questi cacciabombardieri sono stati dislocati in Turchia per contribuire ai bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria.
Come clarissa.it ha già ricordato, a queste basi sono poi destinate le testate nucleari di nuova generazione B61-12, il cui programma di produzione è stato approvato lo scorso agosto dall’autorità americana per l’energia nucleare. Per questa ragione, probabilmente, è in corso il rafforzamento dei bunker di Ghedi, un costoso programma al quale il governo italiano sta generosamente contribuendo, a seguito di un contratto sottoscritto il 12 novembre 2014 dal nostro ministero della Difesa per la “progettazione delle opere di ammodernamento del sistema WS3 (Weapon Storage and Security System)”, le strutture di stoccaggio delle armi nucleari sotto la responsabilità del 704th Munitions Maintenance Squadron dell’USAF, una unità logistica operativa a Ghedi dal 1963 che ha la “responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo delle armi nucleari USA in supporto della North Atlantic Treaty Organization (NATO) e delle sue missioni di attacco”. In caso di guerra, secondo il citato accordo, le bombe USA potranno essere utilizzate anche dai cacciabombardieri Tornado IDS del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana basato appunto a Ghedi, velivoli che sono configurati anche per attacchi nucleari.
Nel momento in cui la NATO ha fatto con tutta evidenza la sua scelta di orientare nuovamente il proprio apparato militare contro la Russia, percepita come una minaccia in Europa, a seguito delle vicende ucraine, sulla genesi delle quali rimando al mio Ucraina tra Russia e Occidente, la questione che si pone all’Italia è dunque ben più seria dei 140 soldati italiani inviati a due passi dal confine russo in Lettonia. La questione di fondo è se il nostro impegno nell’Alleanza Atlantica, maturato nel periodo della contrapposizione dei blocchi seguita alla Seconda Guerra mondiale, abbia ancora un senso oppure se l’adesione ad essa, con tutto ciò che comporta in termini di limitazione della nostra sovranità nazionale e dei conseguenti rischi geopolitici, sia solo la dimostrazione della perdurante incapacità dell’Italia di identificare con chiarezza nel Terzo Millennio i propri interessi strategici e di difendere la propria identità storica.
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