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Chi lavora alla nuova strategia della tensione in Europa?

di 02 Maggio 2017         Letto 876 volte
Pochi giorni fa, clarissa.it ha pubblicato il documento Venti tesi sulla strategia della tensione. La diciassettesima delle quali afferma: "La strategia della tensione è uno strumento che può essere applicato anche ad altri contesti e noi riteniamo che dalla fine degli anni Ottanta, e ancor prima, essa è stata utilizzata in riferimento al nuovo utile strumento/nemico, il radicalismo islamico".
Lo scorso 28 aprile, è giunta dalla Germania la notizia, ripresa da pochissimi giornali in Italia, che a nostro parere conferma che anche nel caso del cosiddetto terrorismo islamico si sta operando con metodiche ben note a chi ha studiato le tattiche della strategia della tensione praticata in ambito atlantico.
Ovviamente la procura della repubblica di Francoforte, quella che ha dato notizia di questa davvero particolare indagine, parla di una “storia assolutamente fuori dal comune”, ed i giornali si sono prontamente adeguati, manifestando stupore e sconcerto per quanto è emerso - senza per altro porsi ulteriori domande.
Protagonista è infatti un tenente delle forze armate tedesche, ventottenne, che le fonti giornalistiche chiamano Franco A., è in servizio nel 291° Battaglione cacciatori, unità dell'esercito tedesco di stanza a Illkirch, presso Strasburgo, quindi in territorio francese. Si tratta di un battaglione esplorante facente parte della brigata franco-tedesca (BFA), l'unica unità finora operativa di un ipotetico esercito multinazionale europeo, costituito nel 1992 e denominato Eurocorps. Si tratta quindi di un giovane in grado di esprimersi perfettamente sia in tedesco che in francese, facente parte di un'unità scelta della Bundeswehr: risulterebbe infatti anche, sempre secondo fonti giornalistiche, aver presentato una tesi d'esame, nella prestigiosissima accademia militare francese di Saint-Cyr, dagli accesi toni nazionalistici.
Oltre a svolgere il suo compito di ufficiale, apprendiamo che il giovane, che non parla arabo, aveva però anche assunto in Baviera l'identità di tale Daniel Banjamin, profugo siriano nato nel 1988 da madre francese e padre cristiano, quest'ultimo commerciante di frutta a Damasco: in tal modo era stato registrato nel 2016 come rifugiato presso un centro profughi della stessa regione tedesca, percependo addirittura il relativo sussidio governativo. Primo mistero: come faceva questo ufficiale, che di norma avrebbe dovuto rispettare puntualmente ben precisi orari di servizio presso il suo reparto in Francia a fare contemporaneamente la vita del rifugiato in un apposito centro nel sud della Germania? Con quali compiti e mansioni giustificava le sue assenze?
Apprendiamo poi che, nel gennaio di quest'anno, lo stesso singolare ufficiale-profugo aveva “abbandonato” una pistola calibro 7.65 in un bagno dell'aeroporto austriaco di Wien-Schwechat (l'aeroporto internazionale della capitale austriaca): l'arma sarebbe poi stata trovata per caso dagli addetti alle pulizie. Il quotidiano tedesco Die Welt ipotizza che l'ufficiale abbia fatto questo per mettere la polizia austriaca sulle tracce del finto profugo, ma le ipotesi potrebbero essere anche altre.
La polizia austriaca avrebbe a questo punto deciso di lasciare l'arma sul posto, sperando che si presentasse qualcuno a recuperarla: così, sarebbe stato lo stesso ufficiale, lo scorso 3 febbraio, a tornare a Vienna per riprenderla. Fermato, ai poliziotti austriaci il militare tedesco racconta di averla trovata casualmente ad un ballo degli ufficiali tenutosi a Vienna, e di essersene poi disfatto in aeroporto per evitare problemi ai controlli, al momento di rientrare in patria. La polizia austriaca si sarebbe accontentata di questa spiegazione e l'ufficiale avrebbe ricevuto una semplice multa per violazione delle leggi austriache sul porto d'armi, senza essere arrestato.
Solo in seguito, così pare, le autorità di polizia austriache avrebbero trasmesso alla polizia tedesca (BKA) le impronte digitali del giovane. La BKA avrebbe a questo punto scoperto la doppia identità dell'ufficiale ed anche i suoi collegamenti con ambienti definiti xenofobi e filo-nazisti, in particolare con uno studente ventiquattrenne, contatti gestiti ovviamente con grande riservatezza, via WhatsApp! A questo punto, nel timore di un possibile attentato, l'ufficiale sarebbe stato arrestato.
Si solleva a questo punto da una parte l'abituale coro di indignazione sulle lacune dell'azione di prevenzione delle forze di polizia e dei servizi segreti, dall'altra l'appello della sinistra tedesca a far luce “sul fatto che l'estrema destra pianificherebbe degli attentati da attribuire ai rifugiati”. Ancora una volta dunque si parla di incapacità delle polizie e del ruolo dell'estremismo di destra, secondo la classica vulgata ben nota agli anni Settanta italiani. Passa invece ancora una volta sotto traccia il fatto che il militare presti servizio in un'unità che fa parte delle forze armate di ben due Paesi della Nato, Francia e Germania.
Sarebbe quindi giustificata a questo punto una doverosa attenzione al ruolo delle forze militari e di polizia della Nato in una possibile strategia della tensione che utilizzi il terrorismo islamista, come già avvenuto con altri tipi di terrorismo. Senza pretesa di essere esaurienti, possiamo fare riferimento ad esempio ad un altro precedente piuttosto impressionante, benché quasi totalmente ignorato dai grandi mass-media. Chi ha seguito con più attenzione le ricostruzioni successive all'attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo, si è trovato difronte taluni elementi davvero singolari, anche qui seguendo il percorso delle armi: è emerso infatti che l'arsenale in possesso di Amedy Coulibaly, uno dei terroristi autori dell'attacco poi ucciso dalla polizia, sarebbe stato fornito dalla società Seth Outdoor il cui proprietario, Claude Hermant, dopo un passato nell'estrema destra, diventa mercenario in Africa negli anni '90 e quindi informatore stabile della polizia, nonché animatore e istruttore all'impiego delle armi per i survivalistes (1) francesi.
Tanto la questione è delicata che il 18 giugno 2015 le informazioni relative a questo personaggio, ai suoi rapporti coi servizi di informazione ed ai suoi contatti con Coulibaly, vengono coperti dal segreto di Stato francese, con decisione ufficiale della Commissione consultiva francese per la tutela del segreto della difesa nazionale (CCSDN), che nega l'autorizzazione ai giudici di Lille che indagano di sviluppare ulteriori approfondimenti - prassi anche questa ben nota in Italia.
Come se non bastasse, emerge, sempre dalle indagini svolte su Coulibaly, che il suo più stretto amico, colui che lo ha seguito fino alle ultime ore prima dell'attentato, certo Amar Ramdani, è il boy friend di una agente in servizio presso i servizi di informazione della gendarmeria francese (grosso modo equivalente ai nostri Carabinieri) di Fort de Rosny-sous-Bois, nonché istruttrice specializzata nel campo della acquisizione e gestione di “informazioni operative”.
Davvero singolare che in un caso tra i più mediaticamente eclatanti del cosiddetto “terrorismo islamico”, uno dei protagonisti, se non il principale protagonista dell'attentato, fosse armato e seguito da presso da figure contemporaneamente legate ai servizi di informazione ed all'immancabile galassia di una estrema destra, un tempo dichiarata neo-fascista ed ora divenuta survivalista, buona quindi per tutte le stagioni.
Ecco perché a buon titolo sottolineiamo ancora una volta il fatto che la comprensione della sanguinosa storia della strategia della tensione italiana può davvero aiutarci molto a capire chi sta davvero alimentando il terrore nelle città europee e perché lo sta facendo. E che è questa la sola strada per impedire che eventi destinati programmaticamente a colpire persone innocenti si ripetano ancora.
 
(1) Il survivalismo è una galassia di organizzazioni che, ipotizzando situazioni di conflitto globale che potrebbero portare alla distruzione delle strutture statali, si predispongono alla sopravvivenza individuale o di piccoli gruppi, attrezzandosi di conseguenza con armi, viveri e strutture protette: si comprende facilmente la possibile contiguità di questi gruppi con attività terroristiche, come spesso emerso soprattutto negli Stati Uniti.
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