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Israele e Usa uniti contro l'Iran da un accordo strategico politico-militare

di G. Colonna 31 Dicembre 2017         Letto 214 volte
Il processo di destabilizzazione del Medio Oriente continua a tappe forzate. Dopo l'esplosiva dichiarazione del presidente statunitense Trump su Gerusalemme il 6 dicembre, che ha riportato tensione scontri e vittime in Palestina, Channel 10 ha dato notizia che lo scorso 12 dicembre sarebbe stato siglato a Washington un accordo al livello dei più alti alti funzionari della sicurezza nazionale statunitensi ed israeliani, formalmente rivolto a contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano.
L'accordo sarebbe stato formalizzato dal Consiglio di sicurezza nazionale Usa (NSC, organismo deputato alla elaborazione della strategia politico-militare americana) nella forma di un documento quadro informale, in linea con quanto affermato lo scorso 13 ottobre dal presidente Trump in merito alla volontà della sua amministrazione di non riconfermare l'adesione nordamericana all'accordo raggiunto nel 2015 a livello internazionale sul programma nucleare iraniano.
Per quanto i funzionari americani, richiesti di commenti, abbiano minimizzato l'importanza del protocollo israelo-americano, quest'ultimo in realtà non si limiterebbe alla questione del nucleare iraniano ma conterrebbe una vera e propria pianificazione congiunta sui passi da intraprendere per il futuro assetto dell'intero Medio Oriente, come da noi già ipotizzato qualche giorno fa - quando ancora questa notizia non era circolata.
Infatti sarebbero stati costituiti ben quattro distinti gruppi di lavoro, coordinati da parte americana dal consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster e da parte israeliana dal capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano, Meir Ben-Shabbat. Quest'ultimo è operativo dal 1989 nello Shin Bet, il Servizio di Sicurezza Generale israeliano che ha in carico la sicurezza interna del Paese; al momento della sua nomina lo scorso agosto aveva il comando delle operazioni dello Shin Bet nell'area meridionale di Israele. Nel 2008-2009 aveva personalmente diretto le operazioni del servizio nella sanguinosa operazione Cast Lead contro Gaza, sotto la diretta supervisione del primo ministro. Ben-Shabbat ha anche guidato il Cyber Direttorato del servizio segreto israeliano ed il Direttorato Nazionale Anti-terrorismo, Spionaggio, Ricerca e Politica -incarichi quindi che ne mettono in luce le caratteristiche di alto profilo sia tecnico che politico.
Anche Herbert Raymond McMaster unisce capacità tecniche derivanti dal suo curriculum militare, in particolare nel settore della cosiddetta counter-insurgency (è stato consigliere del gen. David Petraeus in Iraq e Afghanistan), ad una significativa esperienza come analista politico-militare: professore di storia militare all'Accademia militare americana dal 1994 al 1996, è docente presso la Hoover Institution on War Revolution and Peace, che è uno dei think tank americani conservatori più legati ai corrispondenti ambienti israeliani; per finire è membro del Council on Foreign Relations (CFR), sul cui ruolo storico nel tracciare le linee strategiche della politica internazionale Usa non vi è certo bisogno di insistere.
Quattro sono i gruppi di lavoro che dovranno coordinare nella pratica le attività decise dall'accordo di azione congiunta israelo-americana.
Il primo gruppo di lavoro si occupa non solo di attività diplomatiche ma anche di "azioni coperte" rivolte ad impedire a Tehran di acquisire armi atomiche, nonché a controllare eventuali violazioni iraniane degli accordi del 2015. Un secondo gruppo di lavoro affronta le strategie per contrastare l'influenza iraniana nella regione, in particolare i suoi rapporti con Hezbollah in Libano: questo gruppo, si noti, ha anche il compito di pianificare una politica coordinata riguardo ai futuri sviluppi della situazione in Siria. Il terzo gruppo di lavoro si deve occupare del contrasto allo sviluppo ed alla fabbricazione di sistemi missilistici che l'Iran potrebbe impiegare da Siria e Libano. Il quarto gruppo di lavoro, infine, riferiscono testualmente le fonti di stampa che hanno pubblicato la notizia, è incaricato "della preparazione congiunta di vari scenari di escalation che si possono verificare nella regione, riguardino essi l'Iran o Hezbollah". Una formulazione che lascia spazio a qualsiasi tipologia d'azione - sia essa difensiva, preventiva o offensiva, senza limitazioni.
Si tratta di un avvenimento importante da vari punti di vista, per chi segua le vicende mediorientali: in primo luogo conferma quanto da noi sostenuto in Medio Oriente senza pace, cioè che la politica statunitense nel Medio Oriente allargato è da tempo disegnata da una classe dirigente mista israelo-americana che ha avuto crescente accesso ai vertici delle amministrazioni Usa da un trentennio. Essa sta raccogliendo negli ultimi anni i frutti operativi di un'ambiziosa e lungimirante strategia di lungo periodo di cui sono stati autori in particolare l'attuale primo ministro israeliano, ma ancor più il di lui padre, Benzion Netanyahu (1910-2012), nato Mileikowsky, in oltre mezzo secolo di intensa attività culturale e politica, dapprima come segretario di Ze'ev Jabotinsky, e quindi da quando, come direttore a New York della New Zionist Organization of America nei cruciali anni 1940-1948, stabilì una fitta rete di relazioni politiche e intellettuali negli ambienti del Congresso e delle più prestigiose università americane.
Il secondo aspetto è già confermato nei fatti: l'azione destabilizzante affidata ai gruppi di lavoro previsti dall'accordo si appunterà questa volta in modo diretto sull'Iran, utilizzando gli strumenti di guerra politica che abbiamo visto in azione in Siria, Libia, Egitto, Ucraina negli ultimi dieci anni - mediaticamente presentate come "rivoluzioni democratiche", queste azioni destabilizzanti mirano ad eliminare l'Iran come potenza autonoma in Medio Oriente, abbattendo l'ultimo ostacolo all'egemonia israeliana in tutta la regione.
In Medio Oriente, i rischi di questo nuovo passo interventista degli occidentali guidati dallo Stato ebraico sono ovviamente a questo punto assai grandi: come Italiani ed Europei dovremmo chiederci se il disegno strategico sotteso a questo passo decisivo per i prossimi decenni corrisponda ai reali interessi dell'Italia, dell'Europa e della pace nel mondo.
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