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Il concetto di Nazione in senso storico e giuridico

di Valentina Mercuri 21 Marzo 2004         Letto 7729 volte
INTRODUZIONE

Con la mia tesi mi propongo di affrontare uno dei concetti più controversi ed ambigui della scienza politica, vale a dire il concetto di nazione. Concetto che ad un primo superficiale approccio potrebbe apparire come ovvio, noto a chiunque, ma che una riflessione più profonda mostra nella sua inafferrabilità. Questo perché, stando alle parole di Joseph de Maistre, la nazione è ”una grande parola di estrema comodità giacché se ne fa quel che si vuole” [1], e ciò è pienamente dimostrato dalle numerose e spesso antitetiche interpretazioni che si sono affollate nel campo della ricerca politica nel corso degli ultimi secoli, disegnando un quadro esplicativo non certo di facile accesso.

La prima parte della mia tesi si propone di tracciare un percorso esplicativo riguardante l’evoluzione dell’idea nazionale a partire dagli albori confusi, cioè dall’epoca classica greca e romana, fino alle prime chiare e compiute elaborazioni concettuali stagliatesi sulla scena politico-sociale nella seconda metà del settecento; vale a dire in un periodo successivo all’età medioevale prima e rinascimentale poi. La fase di massimo sviluppo dell’idea di nazione coincise, quindi, con la fine del XVIII secolo, e con l’esperienza storica che più lo caratterizzò, la rivoluzione francese [2]. Con la rivoluzione nacque l’idea politica di nazione, fondata su quei valori liberal-democratici di cui la stessa fu propugnatrice. Tale idea, come vedremo, coincide con quella proposta e sostenuta da Rousseau, specie nella sua opera più nota, “Il contratto sociale“ [3].

Arriviamo a questo punto alla seconda parte della mia tesi, impegnata a dimostrare complessità e plurisignificatività del concetto di nazione attraverso il confronto tra vari e contrapposti piani di lettura dello stesso. Inizio col presentare un’immagine della nazione di tipo naturalistico, così definita in quanto si rapporta a fattori oggettivi di stampo etnico e culturale. Una nazione come entità naturale è costituita da un gruppo di individui accomunati da medesime origini storiche e da medesimi valori culturali; è, quindi, caratterizzata da omogeneità sia dal punto di vista fisico-materiale che dal punto di vista spirituale. Immagine nazionale, questa, che si contrappone a quella politica presentata poco sopra, per la quale la nazione si fonda su volontà e coscienza popolare, su una scelta consapevole del popolo, quindi, più che sulla condivisione di fattori etnici-razziali. Secondo la prospettiva politica, la nazione si lega alla realtà dello stato, apparato di potere sorto allo scopo di rappresentarla e darle voce, e s'identifica in pieno con i valori della rivoluzione francese, che conferirono la sovranità al popolo dopo anni d'oppressione monarchica. Tali due diversi approcci concettuali sono legati a due figure di spicco nella scienza politica, vale a dire all’Herder [4] e al Rousseau. L’Herder è a ragione considerato uno dei padri della visione naturalistica della nazione, poiché la considera fondata su valori oggettivi di tipo fisico, spirituale, e culturale. Per Rousseau, invece, la nazione nasce dalla consapevolezza popolare di costituire un corpo unico degno di un ruolo politico nel contesto dello stato, e dalla volontà di manifestare la propria voce all’interno dello stesso. L’immagine politica della nazione fu quella prevalente per tutto il diciannovesimo secolo, secolo di lotte per l’indipendenza e la liberazione nazionale, che in Italia si riassume soprattutto nelle parole e nell’azione del padre dell’Unità, Giuseppe Mazzini. Rousseau ed Herder, quindi, legato il primo a un’idea di nazione di stampo politico, propugnatore il secondo di un modello nazional-naturalistico. Il mio principale compito sarà quello di porre in luce al meglio caratteri e differenze relativi ai contrapposti piani di lettura che tali autori propongono; piani di lettura che trovano sostegno e voce pure in altri importanti pensatori politici e studiosi di scienze sociali figli dell’epoca moderna e contemporanea.

Da tale breve quadro può già comprendersi come il mio approccio al concetto di nazione più che alla concreta formazione ed evoluzione dello stato nazionale a livello storico, punti all’esplorazione del mondo delle idee, guardi all’elaborazione intellettualistica attorno alla tematica nazionale, dagli albori fino ad una piena presa di coscienza di essa. Non per questo, però, vengono tralasciati riferimenti alla realtà storica, allo scopo di mostrare la realizzazione pratica di tal concetto in diverse aree territoriali europee. Ricordiamo come è principalmente nell’opera di F. Chabod [5] che viene sottolineata la divergenza tra l’approccio naturalistico e quello politico al concetto di nazione. Chabod distingue, infatti, forse un po’ troppo nettamente, l’approccio tedesco a tale concetto da quello italo-francese circa un periodo che va dalla fine del diciottesimo a tutto il corso del diciannovesimo secolo. Presenta l’idea di nazione tedesca, riassunta nell’Herder, come fondata su valori naturalistici, cioè sulla razza, suolo, e lingua, per citarne solo alcuni, di fronte a un’idea di nazione italo-francese incentrata invece sulla volontà, sulla coscienza, o meglio, secondo la celebre espressione di E. Renan [6] su “un plebiscito di tutti i giorni“ [7].

Oltre a queste due letture del concetto di nazione, la mia dissertazione ne mette in luce una terza, che viene individuata come teoria costruttivista. Tale teoria è propria del ventesimo secolo e, di là da diversità di prospettiva tra i vari studiosi, vede la nazione non come entità naturale fondata su elementi quali la comunanza di origini, lingua, costumi e tradizioni, e neppure come realtà basata sulla volontà popolare; la vede, al contrario, come invenzione, come costruzione politica-culturale enucleata dall’ideologia nazionalista. Il nazionalismo è, quindi, presentato come movimento culturale al servizio dello stato moderno; al servizio di uno stato aperto all’evoluzione industriale e commerciale, necessitante, per la sua evoluzione, di una base sociale compatta ed omogenea. Di qui la necessità di favorire nella popolazione statale l’idea di far parte di un’unica comunità storica-culturale legata da radici e da un passato condiviso, di costituire, in pratica, un’unica nazione, un’unica realtà politica-sociale. Nazione, quindi, come “costruzione“ elaborata dal nazionalismo attraverso una ricostruzione storica spesso lontana dalla realtà e scadente nel mitizzazione di un passato irreale. Il tutto per far leva sul sentimento popolare, e convincere gli individui, di là da ogni logica e verità, di far parte di una specifica realtà nazionale alla base dello stato. Tali tre diverse prospettive teoriche ruotano attorno a un nodo difficile da sciogliere: la nazione si compone di una base popolare caratterizzata da omogeneità etnica, quindi da omogeneità di origini, o, piuttosto, si compone di un’insieme di individui uniti non da vincoli genetici ma da esperienze di natura storica–culturale? Confrontando i tre diversi approcci ideologici, oltre a comprendere la complessità del concetto di nazione, afferriamo la sua pluralità di significati, spesso in contraddizione tra loro ma tutti necessari per poterne carpire la vera essenza. Circa la questione sopra esposta, quindi, non c’è una verità assoluta, la nazione può essere al contempo più cose; tant’è vero che così come una omogeneità etnica alla sua base è considerata necessaria a caratterizzarla, allo stesso tempo bisogna ammettere che la storia ci mostra nazioni nate dall’incontro di gruppi umani d’etnia e origini diverse, gruppi uniti dai disegni dell’uomo e, soprattutto, dal destino storico. La maggioranza delle nazioni, quindi, non presenta alla propria base quell’omogeneità etnica che da molti è vista come fondamentale e necessaria caratteristica della stessa. Circa tali approcci teorici, il primo connesso a fattori naturali e culturali, il secondo ad elementi storico-politici, il terzo a valori materialistici, va ricordato come essi non presentino rigidi confini tra loro. Ogni prospettiva ha, infatti, al suo interno una gran varietà di sfumature, che spesso possono avvicinarla alle altre, e mitigare così ogni estremismo concettuale che un’idea ambigua e malleabile come quella di nazione non potrebbe mai accettare.

Dopo aver affrontato tale analisi relativa al mondo delle elaborazioni intellettualistiche intorno alla tematica nazionale, elaborazioni che chiaramente hanno avuto influenza sugli sviluppi storici dello stato nazionale e sull’affermazione, molto più tarda, della coscienza nazionale dei vari popoli, nella terza parte della tesi cercherò di confrontare il concetto di nazione con altri fondamentali concetti della scienza politica. Analisi questa sicuramente fondamentale nella mia dissertazione, in quanto legata alla confusione che spesso viene a crearsi tra il concetto di nazione e, appunto, altri concetti che con lo stesso hanno forti legami ma da cui sono da distinguere. Mi riferisco a concetti come quelli di etnia, stato e cittadinanza che se correttamente confrontati con l’idea di nazione nelle differenze e nei legami che li rapportano, possono favorire una comprensione più completa ed ampia della stessa.

Prima di affrontare tale analisi, ho proposto un confronto tra il concetto di nazione e l’ideologia nazionalista che, nel suo controverso percorso d'evoluzione, si origina proprio da un legame identificativo con la realtà della nazione; l’immagine nazionale presentata dal nazionalismo è, però, spesso distorta e lontana dalla realtà. Il nazionalismo è colto nel suo percorso di sviluppo, che lo ha visto attraversare fasi spesso in opposizione tra loro, poiché legate, a volte, a valori liberali e più frequentemente a principi autoritari e conservatori. Rappresenta, in ogni modo, un’ideologia che negli ultimi due secoli ha fortemente condizionato il corso della storia, avendo sempre come obiettivo l’esaltazione della nazione e della sua autorità.

Tornando al raffronto tra l’idea di nazione e i concetti ad essa collegati, vediamo come risulta interessante, in particolare, la comparazione tra la realtà nazionale e quella dello stato. L’idea di stato si lega, infatti, ad un’immagine politica della nazione, fondata su principi quali coscienza, volontà, e sovranità popolare; immagine che si differenzia dall’idea di nazione “in senso stretto”, vale a dire dall’idea di nazione come entità spontanea e naturale. In conformità a tale seconda prospettiva la nazione è, infatti, vista come fenomeno oggettivamente presente nella realtà sociale, e fondato su un’identità d'origine e storia tra gli abitanti di una determinata popolazione umana. La nazione spontanea si basa esclusivamente sui fattori fisici e spirituali, al contrario della nazione politica, che ha invece bisogno di rapportarsi a uno stato come unico strumento in grado di rappresentarla e darle voce nel contesto politico-sociale.

Tali due diverse immagini nazionali: nazione come costruzione-volontà, nazione come realtà naturale, risulteranno poi utili quando, nella quarta parte della mia tesi, presenterò alcune considerazioni relative alle motivazioni alla base dei moderni etnonazionalismi. Movimenti, questi, che oggi travagliano buona parte dell’Europa, l’area orientale come quella occidentale del continente, e che nascono proprio in conseguenza del contrasto tra una nazionalità sentita come naturale e una cittadinanza imposta da scelte politiche-territoriali, capaci di soffocare la prima nei suoi valori e tradizioni. Soffocare ma non di certo estinguere, come dimostrato, appunto, dall’odierno revival etnico, che io esaminerò nei suoi caratteri di fondo, non potendo affrontare un’analisi dettagliata circa le sue diverse espressioni concrete. Presenterò, comunque, quattro esperienze effettive di etnonazionalismo relative all’area europea-occidentale, scelte per il fatto di differenziarsi a livello di obiettivi, meccanismi mobilitativi, e mezzi di espressione; cosa, questa, che rende interessante un confronto tra le stesse, e più completa l’analisi relativa alla configurazione dei movimenti etnici.

La mia ultima riflessione, incentrandosi specificamente sul concetto di cittadinanza, affronterà una tematica molto attuale, ossia quella del possibile rapporto oggi, di fronte ad un’Unione Europea con sempre maggior potere politico, tra cittadinanza nazionale e cittadinanza europea. Dopo aver proposto una dettagliata analisi delle due forme di cittadinanza proporrò alcune questioni: è possibile una loro convivenza? Accetteranno i cittadini di un’Europa ancora saldamente divisa in stati nazionali la nuova dimensione politica di una cittadinanza internazionale? Sapranno veramente sentirsi cittadini di un’organizzazione politica-commerciale ancora guardata con una certa diffidenza? Proporrò queste ultime considerazioni basandomi in maniera preponderante sull’opera di G. E. Rusconi [8], autore che ha attentamente sviscerato la suddetta tematica.

Va ribadito che di fronte a un concetto controverso e plurisignificante quale quello di nazione, qualsiasi discorso, per quanto cerchi d’essere esaustivo e onnicomprensivo, non può evitare di peccare in parzialità, di conseguenza anche il mio è inficiato da tale limite. Ho cercato di presentare la tematica nazionale secondo vari punti di vista, anche se, mio malgrado, ho dovuto cercare dei parametri da seguire escludendone altri. Ho preferito, infatti, riferirmi principalmente all’area europea-occidentale, affrontando più che una valutazione storica circa nascita ed evoluzione degli stati nazionali nel corso dell’età moderna, un’analisi del concetto di nazione, delle sue diverse interpretazioni e letture ad opera di uomini di politica e cultura. Analisi spesso contrapposte, lontanissime l’una dall’altra, che ci riportano inevitabilmente alla complessità del concetto di nazione, ma che, al contempo, favoriscono un approccio più completo ad esso.

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[1] J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia ( 1797), trad. it. Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 32. De Maistre fu diplomatico e scrittore savoiardo. Nel 1774, dopo la laurea in diritto all’Università di Torino, entrò in magistratura, fino ad assumere, nel 1788, la carica di membro del senato di Savoia. Quando scoppiò la rivoluzione francese, de Maistre, appartenente alla nobiltà di toga, vide con favore la convocazione degli stati generali; ma dopo l’invasione e l’annessione della Savoia da parte della Francia (1792), egli fuggì dapprima ad Aosta e poi, in esilio definitivo, a Losanna ( 1793). Degli avvenimenti espresse una condanna proprio nelle Considerazioni sulla Francia (1796). In tale opera attaccava le teorie contrattualistiche e l’astratto razionalismo del pensiero rivoluzionario. Nel 1802 fu nominato ministro plenipotenziario in Russia. L’ambiente cosmopolita di Pietroburgo gli permise di continuare la riflessione sul traviamento della società moderna e sul bisogno di un rinnovamento religioso che ridesse solide basi di convivenza all’umanità. Vedeva la necessità di una restaurazione integrale del cattolicesimo, sotto la guida dell’autorità del papa; tali considerazioni le espresse nell’ultimo suo scritto, la Lettera sullo stato del cristianesimo in Europa, del 1819.

[2] La rivoluzione francese è ricordata quale movimento politico e sociale che nell’ultimo decennio del sec. XVIII abbatté in Francia l’ordinamento feudale e la monarchia assoluta, creando così i presupposti per uno stato democratico moderno.

[3] J.J. Rousseau, Il contratto sociale,(1792), trad. it. Einaudi, Torino, 1983. Rousseau (1712- 1778), grande scrittore e filosofo francese, nacque a Ginevra. Nel Contratto sociale, opera del 1762, propose un tipo di associazione umana in grado di non vanificare libertà e uguaglianza tra gli uomini. Sperava di poter affrontare la questione attraverso la proposta di un tipo di associazione in cui l’individuo trasferisse il diritto di libertà e di uguaglianza alla volontà generale, costitutiva di tutta la comunità; in tal modo, la volontà generale doveva divenire unica sovrana, impegnata ad agire per il bene di tutti. Di conseguenza, unico sovrano, all’interno dello stato, è il popolo nella sua totalità, e il governo è responsabile di fronte ad esso. Rousseau sostenne quindi un tipo di democrazia diretta che prevedeva la presenza fisica di tutto il popolo alle deliberazioni politiche. Ciò si dimostrava attuabile solo entro piccole nazioni, e, in effetti, Rousseau, per la realizzazione del suo progetto, aveva presente Ginevra e le piccole repubbliche dell’antichità.

[4] J.G. Herder ( 1744-1803), scrittore e filosofo tedesco. Nel periodo universitario si avvicinò a quegli ideali massonici che ispirarono poi tutte le sue opere, opere ricche di umanità e di spirito liberatore ed emancipatore circa natura umana. Proprio attraverso alcuni fratelli di loggia, egli riuscì a ottenere, in giovane età, un posto di pastore concistorale. Uomo fervidamente religioso, nel 1770 venne trasferito a Buckeburg, dove l’attendeva un posto di pastore e consigliere concistoriale. Importante fu soprattutto un precedente soggiorno a Strasburgo, durante il quale strinse un forte legame con Goethe. I loro assidui incontri divennero leggendari nella storia della letteratura come un avvenimento straordinario e decisivo per la cultura tedesca. Gli anni trascorsi a Buckeburg rappresentano il periodo di più intenso lavoro per Herder, che si andava dedicando agli studi linguistici e filosofici. Del 1772 è Sull’origine della lingua in cui si sostiene l’origine naturale del linguaggio e si propone di liberarlo dagli artifici nei quali era stato rinchiuso dai virtuosismi eruditi dell’inizio del sec. XVIII°. Nel 1773 fu pubblicato il saggio Frammenti di un carteggio su Ossian e le canzoni dei popoli antichi in cui Herder distingue la poesia in popolare e d’arte: per poesia “popolare” intende l’espressione più naturale di un popolo, per poesia “d’arte” quella costruita mediante elaborazioni intellettualistiche sull’esempio dei classici antichi. Nel 1774 apparve Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità. Qui Herder sostiene la tesi per cui ogni popolo ha un proprio compito attribuitogli dalla provvidenza, e apporta alla storia un contributo che non deve essere valutato mediante criteri estrinseci peculiari del tempo presente. L’opera maggiore è sicuramente Idee per una filosofia della storia dell’umanità (1784-91). Opera, questa, in cui Herder passa in rassegna tradizioni e vicende di antiche popolazioni, e vede la storia umana seguire le stesse leggi di sviluppo della natura; donde l’analogia profonda tra le due. Natura e storia sono del resto gli strumenti utilizzati da Dio per portare a compimento l’educazione complessiva dell’umanità. Una continuazione delle Idee, sono le Lettere per il progresso dell’umanità ( 1793-97), esame del principio dell’umanitarismo settecentesco, da cui sarebbe dovuto trasparire un graduale maturarsi e rivelarsi della solidarietà umana, alla quale erano chiamati a concorrere gli uomini e i fatti di ogni epoca e paese. In lui emerse sempre uno stretto rapporto tra un umanitarismo cosmopolitico e un forte senso nazionalistico.

[5] F. Chabod, L’idea di nazione, Laterza, Roma-Bari, 1961. Chabod (1901- 1960) fu un’importante storico italiano. Professore di lettere, prima all’università di Milano, poi a Roma, direttore della “Rivista storica italiana” e dell’istituto italiano per gli studi storici fondato da B.Croce, presidente della Società internazionale degli storici, Chabod si affermò negli anni ’50 come uno dei più autorevoli maestri della storiografia italiana ed europea. La visione dell’uomo e della storia di Chabod è essenzialmente quella di B.Croce, di cui fino all’ultimo condivise sia i presupposti filosofici, sia l’ideologia liberal-conservatrice. Il modulo etico-politico crociano, tuttavia, si arricchisce in lui di una maggiore apertura verso la storia istituzionale e sociale, e si risolve senza residui ideologici nella ricostruzione e nell’interpretazione del passato.

[6] E. Renan (1823-1892), scrittore francese. Di famiglia piccolo borghese, passò l’infanzia e la prima adolescenza nell’ambiente rigidamente cattolico della provincia bretone. Nel 1844-45, una crisi filosofica-religiosa lo portò però al determinismo scientifico e all’abbandono della fede. Nel 1862 ottenne la cattedra di ebraico al Collège de France. Iniziava intanto a realizzare il progetto di una grande opera storica: la Storia delle origini del cristianesimo ( 1863-81), il cui primo volume, Vita di Gesù (1863), ottenne un enorme successo, anche scandalistico; in effetti, in seguito alla violenta reazione cattolica, egli perse la sua cattedra. In quell’opera Renan si avvaleva in parte degli strumenti demitologizzanti dell’ermeneutica laica tedesca, ma non ne accettava le conclusioni più radicali, non confutava cioè la storicità di Gesù, bensì anzi, negandone la divinità e i miracoli, ne esaltava la figura come esemplarmente umana. Nonostante gli attacchi portò a termine la sua monumentale opera. Per molti anni impegnato nella militanza politica, egli partì da posizioni liberali e moderate aperte alle ragioni del socialismo; l’ostilità alla Comune lo portò poi a scrivere l’ opuscolo La riforma intellettuale e morale (1871) in cui auspicava il ritorno della monarchia, pur affermando i principi del progresso storico e scientifico.

[7] E. Renan, Che cos’è una nazione?(1882), trad. it. Donzelli, Roma, 1993, p. 20. Opera in cui Renan palesa la convinzione che alla base della nazione non vi sia un’improbabile omogeneità etnica, ma piuttosto condivisione di un passato storico comune e volontà consapevole. La nazione è quindi vista da Renan come frutto di una grande solidarietà, data dal sentimento dei sacrifici fatti e di quelli che si è ancora disposti a fare per la propria unità interna.

[8] G.E. Rusconi, La questione della cittadinanza europea, in “Teoria politica”, n. 1, a. XVI, 2000. In tale opera affronta i valori alla base della cittadinanza, e presenta i vari ostacoli ad un’apertura della stessa a livello europeo, apertura raggiungibile solo attraverso un’evoluzione culturale e morale che coinvolga i principi alla base del moderno stato democratico. Scarica il documento Tesi Mercuri: il concetto di Nazione

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