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Continua il braccio di ferro in Honduras di Paolo Menchi
Pubblicato il 29 Settembre 2009
 
La vicenda Honduras che si stava trascinando stancamente da alcuni mesi, ha avuto nei giorni scorsi un importante nuovo sviluppo determinato dal ritorno in patria del deposto presidente Zelaya, rifugiatosi nell'ambasciata brasiliana di Tegucigalpa.
Ricordiamo che tutto nacque alla fine dello scorso mese di Giugno, quando l'esercito arrestò il presidente in carica e gli impose di espatriare sostituendolo con Micheletti.
Sin dai primi giorni, praticamente tutta l'opinione pubblica ed i governi stranieri, Usa compresi, si schierarono dalla parte del deposto Zelaya e la fazione cosiddetta "di sinistra" dei presidenti sudamericani, guidata come sempre da Hugo Chavez, indicò immediatamente gli Stati Uniti come mente ispiratrice del colpo di stato, vista la vicinanza del deposto presidente ai governi "progressisti" che negli ultimi anni sono saliti al potere in alcuni paesi sudamericani.
In questi tre mesi si sono registrate una serie di schermaglie verbali tra vecchio e nuovo presidente e, purtroppo, anche scontri tra le opposte fazioni che hanno provocato numerosi feriti ed alcuni morti.
Proprio per evitare un aggravamento della situazione relativa all'ordine pubblico Zelaya aveva rinunciato al suo proposito iniziale di ritornare immediatamente in patria.
Che cosa succederà dunque ora dopo il suo ritorno?
Le prime parole di Micheletti sono state tutt'altro che confortanti visto che ha negato la sua disponibilità ad ogni trattativa ed ha invitato Zelaya a consegnarsi all'autorità giudiziaria che lo dovrà giudicare.
Fortunatamente sono state smentite le voci secondo le quali si stava preparando un attacco all'ambasciata che avrebbe provocato delle conseguenze difficilmente prevedibili anche nei confronti del Brasile.
Ma ci sono segnali confortanti che potrebbero preludere ad un inizio di trattative.
Innanzi tutto i candidati alle elezioni presidenziali del prossimo Dicembre hanno incontrato i "due presidenti" pregandoli di trovare un accordo, in attesa dell'elezione del nuovo capo di stato che rappresenterà il futuro in un Honduras democratico che possa vivere in tranquillità.
Successivamente il vescovo ausiliario di Tegucigalpa, Juan Jose Pineta, si è dichiarato disponibile a mediare tra le due parti, accusandole entrambe di non aver saputo compiere un primo passo per arrivare ad un accordo.
Probabile anche l'arrivo in Honduras di un gruppo di ministri degli esteri dei paesi della Organización de los Estados Americanos (OEA) per avviare le trattative.
Come si vede non manca una mobilitazione generale che dovrebbe permettere di arrivare ad un' intesa tra le parti in modo che le elezioni di Dicembre, e la relativa campagna elettorale, possano tenersi in un clima di serenità che manca ormai da tre mesi.
Secondo il presidente venezuelano Chavez, Zelaya è "caduto in un inganno" e in un "piano segreto", ma non ha fornito ulteriori dettagli del suo punto di vista.
Il fatto che Zelaya si sia rifugiato nell'ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, ha suscitato polemiche per l'uso politico che il deposto presidente avrebbe fatto della sede diplomatica brasiliana ma il portavoce del governo e ministro della giustizia, Terso Genro, ha dichiarato che Lula non aveva preventivamente autorizzato l'uso dell'ambasciata, augurandosi comunque che, di fatto, il ritorno in patria di Zelaya possa preludere ad un accordo più veloce tra i due contendenti.

 
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