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Obama e Osama. Una faccia, una razza di Simone Santini
Pubblicato il 03 Maggio 2011
 
"Giustizia è fatta". No. Anche a voler credere alla teoria ufficiale del complotto sull'11 settembre e alla teoria ufficiale del complotto sull'esecuzione sommaria dello sceicco del terrore, giustizia non è fatta. Semmai, ed è ben diverso, vendetta è fatta.
L'America aveva il dovere, ripeto, il dovere, quale presunta ed autonominatasi culla della civiltà occidentale, di catturare e processare pubblicamente Osama Bin Laden.
L'America lo doveva ai parenti delle stesse vittime americane del terrorismo, prima di tutto, che avevano il diritto di vedere fugata in un'aula di tribunale ogni dubbio, ombra, lacuna, sospetto, sugli attacchi al World Trade Center ed al Pentagono.
L'America lo doveva alle migliaia di vittime afgane innocenti ed ai loro parenti. È davvero opportuno ricordare che dopo l'11 settembre le autorità americane ordinarono ai talebani di consegnare loro Bin Laden. Essi non si rifiutarono, come pretende la vulgata, per proteggere Osama, ma chiesero, molto semplicemente, ed in ossequio ai più elementari canoni di civiltà, appunto, che gli venissero mostrate le prove della responsabilità dell'uomo. Quelle prove non arrivarono mai. Arrivarono le bombe.
Ed è ancora più opportuno ricordare che i talebani si ritrovarono in casa Osama, che non era certo una loro creatura. Lo era invece dei servizi segreti pachistani e di quelli stessi americani, di cui era una emanazione diretta. Ma non basta. Nel 1996 Bin Laden si trovava in Sudan e il generale Elfaith Erwa, allora ministro della Difesa del paese, rivelò come fosse pronto ad estradare l'uomo negli Stati Uniti o in Arabia Saudita. Il Washington Post del 3 ottobre 2001 scrisse:
I servizi di sicurezza sudanesi [...] sarebbero stati lieti di tenere sotto controllo Bin Laden per conto degli Stati Uniti. Ma se non fosse bastato, il governo era pronto a metterlo sotto custodia e a consegnarlo, anche se non era chiaro a chi. Erwa aveva dichiarato che il Sudan avrebbe preso in considerazione qualsiasi legittima proposta di procedere all'incriminazione del terrorista sotto accusa. [I funzionari americani] hanno detto: "Basta che gli diciate di lasciare il paese. Però state attenti che non vada in Somalia", ha dichiarato Erwa, il generale sudanese in un'intervista. "Abbiamo detto che sarebbe andato in Afghanistan, e loro [i funzionari americani] hanno detto: "Lasciatelo stare"(1).
L'America lo doveva ai suoi stessi apparati di sicurezza. Osama non è mai stato nella lista dei ricercati dell'FBI per gli attentati di New York e Washington. Per gli attacchi alle ambasciate americane in Africa nel 1998 (Kenya e Tanzania), ma non per l'11 settembre. E il motivo è presto detto. Per il sistema giuridico americano, l'incriminazione e i mandati di cattura possono essere spiccati solo da una corte federale dopo che a questa siano state presentate prove di un reato. Ma l'FBI, di nuovo, quelle prove non le ha mai presentate.

L'America ha deciso, dunque. Ha rinverdito l'epopea del West in cui ci si faceva giustizia da soli, occhio per occhio. Ma nemmeno questo, in realtà. Almeno ai tempi uno sceriffo con la sua brava stella sul bavero abbozzava un involucro di sistema legale appendendo il farabutto al ramo più alto, come ci ha insegnato Clint Eastwood - ben altra tempra di americano! - e come hanno fatto con Saddam Hussein. Ora nemmeno più quello. Un colpo alla nuca e via, come in un regolamento di conti tra gangster o camorristi. Ma forse i protagonisti della vicenda sono proprio questo.
Di fatto, con l'esecuzione di Osama (ripeto, anche a voler credere alla teoria obamiana del complotto) gli Stati Uniti hanno legittimato il terrorismo. Ricordate le masse popolari arabe in giubilo e mostrate in tv (per lo più false, oltretutto) alla notizia della caduta delle Torri gemelle? In cosa differiscono gli esultanti newyorchesi alla notizia della morte di Bin Laden?
La barbarie ha vinto, il messaggio è passato e si è impresso nella coscienza dei popoli. Non c'è più politica, non c'è più giustizia, non ci sono più organismi internazionali. Vale la tribù e la legge del più forte. È il trionfo del videogame globale, in cui ammazzare il nemico equivale a vincere uno scudetto. Tu hai fatto del male a me, io ora ne faccio a te. Questo è il terrorismo. In cosa differisce la logica di Osama Bin Laden che attacca i civili di New York, perché per primi gli americani hanno attaccato le popolazioni islamiche, dai prodi navy seals che ammazzano a sangue freddo lo sceicco perché no, è lui che ha attaccato per primo noi!?
E dopo che abbiamo ammazzato civili libici, figlio e nipotini di un dittatore, come potremo rispondere se, con la stessa logica, verranno ad uccidere qualcuno di noi? Avremo il coraggio di ammettere, invece di strepitare e stracciarci le vesti, che, signori miei, il gioco è questo? La vendetta è servita.

(1) Così citato in Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla Libertà, pag. 177, Fazi Editore, 2002



 
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