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Tutti pronti per gli Osamaleaks? di Simone Santini
Pubblicato il 04 Maggio 2011
 
Ciò che mi incuriosisce maggiormente della morte di Bin Laden, in queste ore, non sono gli enormi "asini che volano", come li definisce giustamente Giulietto Chiesa, della ricostruzione ufficiale - stavolta gli sceneggiatori della CIA hanno davvero esagerato con le loro fantasiose teorie della cospirazione - ma piuttosto l'enfasi con cui il mainstream parla della "miniera d'oro" ritrovata in casa Osama.
Ebbene sì, perché l'inafferrabile primula rossa del terrorismo islamico non solo abitava da anni stabilmente nello stesso luogo, così pare, in barba alle più elementari regole di qualunque fuggiasco che non dovrebbe dormire due notti di seguito nello stesso letto, non solo la sua villa-residenza aveva come unico sistema difensivo dei muri di cinta alti alti fino al soffitto (chissà se in cima ci aveva messo pure i cocci di bottiglia anti-intrusione, altro mistero da chiarire), ma addirittura deteneva tranquillamente con sé, a disposizione, i computer con le memorie e centinaia di dischetti contenenti tutti i segreti, ma proprio tutti tutti, della sua fantomatica organizzazione. Ops, sono caduti in mano al nemico, che sfortuna!
Siete pronti, dunque, per gli Osamaleaks? Ne vedremo delle belle, ci si può scommettere. Altro che quel pivello di Julian Assange capace di rivelare solo ciò che qualunque giornaletto nazionale aveva già pubblicato qualche mese o anno prima, magari in un trafiletto, magari a pagina 22 o 23.
Come è stato detto da differenti analisti, la morte di Bin Laden è un cambiamento di fase. E come insegnano alle scuole di drammaturgia hollywoodiane, un cambio di fase (loro lo chiamano turnig point, ovvero punto di svolta) è una chiarificazione e una accelerazione delle dinamiche che si sono fino a quel punto disseminate nel plot. Un punto di svolta non è provocato da una sola linea narrativa, ma ne deve investire il più possibile, meglio se tutte.
Allora ecco che le dinamiche politiche interne statunitensi hanno avuto il loro bel turning point. Obama appannato, sempre apparentemente in ritardo ed indeciso sulla politica internazionale, mezzo mussulmano (e siamo sicuri che sia davvero autenticamente americano?), improvvisamente si trasforma in Capitan America, l'angelo della vendetta, il goleador della squadra vincente: Obama 1 - Osama 0, sarà su tutte le T-Shirt di primavera. "Osama muore e Obama risorge", è uno dei tanti calambour che stanno riempiendo la rete. Un bel viatico per la futura rielezione, senza dubbio.
Ma c'è molto di più. Perché proprio ora, si domanda Thierry Meyssan dalle pagine del suo Voltairenet (1), visto che Osama, presumibilmente, era già morto da dieci anni? La sua risposta è la seguente: i guerriglieri della rete di Al Qaeda sono già usati, proprio in queste ore, e ormai da settimane, in Libia e Siria quale sostegno delle cosiddette rivoluzioni popolari contro regimi dispotici. Piuttosto imbarazzante. Ecco però che, anche in questo caso, la morte del capo-brand Osama si rivela un ottimo turning point. Scrive Meyssan: "L'annuncio ufficiale, con circa dieci anni di ritardo, della morte di Osama Bin Laden conclude un ciclo e ne apre uno nuovo. Il suo personaggio era stato la punta di lancia dell'azione segreta contro l'influenza sovietica e poi russa, il propagatore dello scontro di civiltà dell'11 settembre, aveva finito per essere utilizzato per eliminare la resistenza patriottica in Iraq. Così logorato, il suo nome non era più riciclabile. Ma i suoi combattenti lo sono".
Gli uomini chiave di questo progetto di riconversione sono due: lo sceicco egiziano Youssef Al-Qardawi, propugnatore di un accordo a Il Cairo tra i Fratelli Musulmani e l'esercito, e che dalle tribune di Al-Jazeera chiama le onde arabe, un giorno sì e l'altro pure, a sbarazzarsi di Muhammar Gheddafi e Bashar Assad; e una vecchia conoscenza dell'Occidente, il principe saudita Bandar, uomo di collegamento di qualsivoglia possibile traffico e strategia tra Riyad, Washington e Londra, nonché compagno di merende di Gates, Panetta, Petraeus e soci.
Nel mirino ci sono solo Libia e Siria (e insieme il Libano, il cui destino è intrecciato con Damasco)? Possiamo avanzare altre due o tre ipotesi su cui gli sgocciolamenti degli Osamaleaks potrebbero far gioco e determinare altrettanti turning points.
Il Pakistan. Settori delle Forze armate del paese paiono essere sempre più insofferenti rispetto la presenza militare e di intelligence americana. Bisognerà liquidarli o metterli a tacere in qualche modo. Quali scandalose protezioni in quegli ambienti riveleranno i dischetti dell'ex terrorista numero 1?
Palestina. È proprio di queste ore la notizia della sottoscrizione dell'accordo tra Hamas e al Fatah in vista della possibile proclamazione dello stato di Palestina il prossimo settembre all'Onu e di elezioni per un nuovo governo unificato dei Territori entro un anno. Ma questo matrimonio non s'ha da fare, ha già detto Netanyahu, perché Hamas "vuole la distruzione di Israele e loda perfino l'arciterrorista Bin Laden" nonostante la sua morte (2). Ma guarda un po'. Non è che scavando bene nelle memorie di qualche Pc non troveremo un bel file intitolato: rapporti Al Qaeda-Hamas?
Per ultimo ma non ultimo, l'Iran. Proprio ieri (3 maggio) il quotidiano Europa (mezzo organo informativo del PD), spettegolando sulle reazioni iraniane alla morte di Bin Laden, scriveva: "Una quantità notevole di membri dell'estesa famiglia Bin Laden si sarebbero però rifugiati in Iran, secondo diverse fonti arabe e occidentali, all'indomani della caduta dei Talebani nel 2001. Una delle figlie del superterrorista arabo si è presentata all'ambasciata saudita a Teheran sei mesi fa per poi ricongiungersi con i familiari a Damasco. La sorte di diversi altri congiunti di Osama rimane avvolta nel mistero della loro ormai decennale presunta residenza in Iran". Ucci ucci, non è che Teheran proteggeva i familiari di Osama e magari gli teneva anche in caldo una bomba atomica da affidargli al momento opportuno? Ma cosa ci sarà in quel dischetto con quel criptico adesivo con su scritto: iranian bomb? Toccherà darci un'occhiata prima o poi.
Venghino siòri, si accomodino. Questa non era che l'anteprima, Guerra 2.0 può cominciare.


(1) http://www.voltairenet.org/article169714.html
(2) La Stampa, 4 maggio 2011



 
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