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        <title>Gli editoriali di Clarissa</title>
        <description>Gli ultimi sette editoriali dal webzine Clarissa</description>
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       <dc:date>2012-02-04T13:40:44+01:00</dc:date>
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        <dc:creator>Gruppo Clarissa</dc:creator>
        <title>Italia ed Europa, un destino comune</title>
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        <description>&lt;div align=\&quot;justify\&quot;&gt;L\'avvento del governo dei tecnici che ha sfiduciato la classe politica italiana, nonostante la dubbia costituzionalit&amp;agrave; del fatto, non ha dato luogo all\'apertura di un serio dibattito sulla questione di fondo, vale a dire sul futuro dell\'Italia e del suo rapporto con l\'Unione Europea, in quanto quest\'ultima, come nel caso della Grecia, ha di fatto agito, sia vera o meno la diretta pressione tedesca al massimo livello istituzionale italiano, come un potere sovraordinato rispetto a quello nazionale.&lt;br /&gt;Se si considera che la questione &amp;egrave; strettamente connessa alla crisi economica del Paese, in quanto non poche forze di opinione attribuiscono all\'avvento della moneta unica europea ed all\'impostazione della politica economica comunitaria i problemi attuali dell\'Italia, capiamo che il tema della sovranit&amp;agrave; italiana e del rapporto con le istituzioni comunitarie non &amp;egrave; una questione di filosofia del diritto, ma investe le prospettive future del nostro Paese.&lt;/div&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;I tre presupposti storici della sovranit&amp;agrave; limitata dell\'Italia&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Crediamo che per affrontare seriamente la questione, si debbano tenere per fermi tre presupposti di carattere storico che un autore del gruppo Clarissa ha gi&amp;agrave; da tempo indicato come centrali per la comprensione dell\'attuale condizione dell\'Italia(1) e che abbiamo trovato confermati recentemente da due storici inglesi, ai cui contributi, per quanto assai diversi e non sempre condivisibili, faremo qui riferimento solo perch&amp;eacute; ovviamente non sospettabili di spirito sciovinistico.&lt;br /&gt;In primo luogo, l\'importanza dell\'idea di Patria. Gilmour, in una lettura tutta in negativo della storia italiana unitaria, nota che &quot;l\'unit&amp;agrave; raggiunta in fretta e furia nell\'Ottocento, l\'avvento del Fascismo nella prima met&amp;agrave; del Novecento e la successiva sconfitta nella seconda guerra mondiale non hanno certo alimentato nei cittadini l\'amor di patria&quot;(2). Duggan vede invece la nostra storia unitaria sempre positivamente collegata all\'idea di Italia maturata fin dal Settecento in un complesso quadro culturale che egli ricava da una vastissima e originale analisi delle fonti(3).&lt;br /&gt;Secondo punto: l\'importanza della Seconda Guerra mondiale. Gilmour si limita a criticare, per noi troppo semplicisticamente, la scelta dell\'Italia di entrare in guerra, in quanto motivata, in tutte e due le guerre mondiali, da puro opportunismo, dato che a suo avviso &quot;il Paese non aveva nemici in Europa&quot; ed &quot;entr&amp;ograve; in guerra in entrambi i conflitti globali nove mesi dopo il loro inizio, quando il governo pensava di avere identificato il vincitore e ottenuto promesse di compensi territoriali&quot;(4). Duggan, avendo esaminato con grande ampiezza le linee di fondo storiche che imposero all\'Italia in entrambi i casi l\'intervento - si spinge oltre, con un\'apprezzabile autonomia di giudizio, evidenziando l\'effetto drammatico dell\'armistizio dell\'8 settembre, in quanto esso &quot;appariva come un duplice tradimento: dei tedeschi e del popolo italiano (per tacere degli inglesi e degli americani)&quot;(5), da parte della classe dirigente badogliana.&lt;br /&gt;A questo punto lo storico inglese cita, non senza malizia, le parole con cui Berlusconi ha celebrato la diserzione del padre dopo l\'8 settembre: &quot;Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera. Fece la scelta giusta. Salv&amp;ograve; la sua vita e salv&amp;ograve; il futuro di tutti noi&quot;. Duggan ne deriva, con logica stringente, un interrogativo che pesa su tutta la nostra storia recente: &quot;Dopo tanti anni spesi nel tentativo di creare un senso della nazione, adesso che specie di nazione l\'Italia poteva essere?&quot;(6)&lt;br /&gt;Non &amp;egrave; dunque tanto la sconfitta nella guerra, quanto l\'8 settembre, e la conseguente guerra civile, ad avere interrotto il processo di sviluppo di un\'Italia sovrana. Dal modo con cui la guerra &amp;egrave; stata persa deriva quindi il terzo presupposto della nostra storia recente, a differenza di quanto accaduto a Germania e Giappone: la perdita del riferimento alla Patria italiana come nucleo ideale, per cui la lotta fra partiti politici far&amp;agrave; sempre riferimento a forze comunque esterne al Paese. Gilmour, ricordando la dipendenza di Democrazia Cristiana e Pci rispettivamente dal Vaticano e dall\'Urss, conclude che &quot;questi partiti non erano interessati ad instillare [nel popolo italiano] un nuovo senso di identit&amp;agrave; nazionale che sostituisse il vecchio&quot;(7). Duggan, concordando su quei riferimenti esterni, cui aggiunge giustamente l\'obbedienza agli Stati Uniti, si spinge oltre, rilevando che di conseguenza &quot;i valori della Resistenza persero qualunque capacit&amp;agrave; di fornire una limpida piattaforma etica alla nuova Repubblica&quot;, per cui in definitiva &quot;in una situazione in cui nessuno dei due campi poteva fare appello con sincerit&amp;agrave; alla &amp;laquo;nazione&amp;raquo; come ad un valore supremo, sovraordinato a tutto il resto, l\'essenza della politica italiana divent&amp;ograve;, com\'era avvenuto per tanta parte della sua storia, pi&amp;ugrave; una lotta contro un nemico interno che un processo volto a conseguire fini collettivi&quot;(8).&lt;br /&gt;Da questi presupposti, deriva quella condizione di &lt;em&gt;sovranit&amp;agrave; limitata&lt;/em&gt; dell\'Italia nel dopoguerra, pienamente accettata, al di l&amp;agrave; degli equilibri e delle alternanze politiche, da pavide classi dirigenti che dovevano prima di tutto garantire l\'allineamento dell\'Italia all\'asse nord-atlantico, in diretta dipendenza dagli Alleati anglo-sassoni. Una condizione della quale si sono avute conferme documentali soprattutto a seguito di una serie di drammatiche vicende interne durante gli anni della Guerra Fredda, basti citare per tutte la &quot;strategia della tensione&quot; e gli interventi della mafia del cosiddetto &quot;terzo livello&quot;, vicende che riaffiorano ogni volta che tornano giudiziariamente di attualit&amp;agrave; le manovre dei centri di potere &quot;occulti&quot;, manifestando la continuit&amp;agrave; in Italia di quello che Bobbio chiamava il &lt;em&gt;potere invisibile&lt;/em&gt;(9).&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;L\'Unione Europea come estensione del capitalismo occidentale&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&amp;Egrave; in un contesto di questo genere, non possiamo dimenticarlo, che si colloca la politica europeista del nostro Paese. Un\'Unione Europea che non nasce affatto sulla base di uno spirito internazionalista, come vorrebbero ancora farci credere alcuni intellettuali e politici, ma in una visione di riorganizzazione dell\'economia occidentale direttamente derivante dal sistema con cui gli Alleati occidentali avevano organizzato e gestito l\'economia di guerra in ben due conflitti mondiali, come testimonia in modo straordinariamente chiaro uno dei padri fondatori dell\'Unione, Jean Monnet, nelle sue memorie(10).&lt;br /&gt;L\'Europa delle comunit&amp;agrave; economiche, nella visione americana e in quella delle &amp;eacute;lite dirigenti francese e britannica, pur con differenti prospettive, voleva essere un\'estensione permanente del capitalismo occidentale all\'area degli ex-nemici, allo scopo di sradicare qualsiasi possibilit&amp;agrave; di affermazione di regimi terzaforzisti (questi in definitiva erano stati i fascismi), prima ancora che di impedire la diffusione del comunismo in Europa centrale ed occidentale.&lt;br /&gt;Per queste ragioni, fino almeno alla caduta del Muro di Berlino, le Comunit&amp;agrave; Europee sono state uno strumento di normalizzazione e di omogeneizzazione dei sistemi giuridici ed economici dell\'Europa, al tempo stesso garantendo agli Usa che essa non assurgesse al rango di potenza politico-militare autonoma, come dimostrano le vicende in materia di difesa comune, a cominciare dall\'abortita Comunit&amp;agrave; Europea di Difesa (CED) nei primi anni Cinquanta.&lt;br /&gt;Dopo la caduta del Muro di Berlino e lo stabilirsi di un\'egemonia assoluta dei Paesi anglo-sassoni guidati dagli Stati Uniti, la dipendenza italiana dall\'esterno non muta certamente; anzi, se possibile si rafforza, anche in conseguenza dell\'accelerazione dei processi di globalizzazione economica e della politica statunitense del &lt;em&gt;New World Order&lt;/em&gt;, che ha fatto delle guerre di conquista operazioni di polizia internazionale, in particolare per dare un nuovo assetto al Medio Oriente. Un\'area quest\'ultima nella quale, a seguito di quella politica, si manifesta la spettacolosa crescita di Israele come potenza egemone(11) che ovviamente ha pesantemente condizionato, nell\'insieme della politica  dell\'Occidente nel Mediterraneo, l\'Italia  che, proprio in quell\'ambito geopolitico, aveva sommessamente tentato di ritagliarsi un proprio spazio autonomo fin dalla fine del XIX secolo.&lt;br /&gt;Fino a quando l\'Unione Europea sar&amp;agrave; inserita con le sue classi dirigenti nel sistema dell\'egemonia anglo-sassone costruita nel Novecento con le due guerre mondiali, &amp;egrave; difficile pensare che possa assumere un volto diverso da quello di un\'organizzazione giuridico-tecnocratica che sostiene le forme del capitalismo occidentale, sia pure venato dagli influssi residui dello &quot;stato sociale di mercato&quot; che derivano dalla socialdemocrazia tedesca. Il suo scopo, nella visione atlantista, &amp;egrave; sempre quello di assimilare l\'Est Europa, di fare da barriera alla Russia e di svolgere un ruolo di supporto nelle politiche mediorientali ed africane degli Usa, come dimostrano un\'infinit&amp;agrave; di vicende: dai conflitti nei Balcani degli anni Novanta del secolo scorso allo schieramento dei missili in Europa orientale, dal supporto Nato in Medio Oriente fino agli eventi in Africa del nord nel corso del 2011.&lt;br /&gt;Lo dimostra anche, per venire al punto della crisi economica, la palese acquiescenza dell\'Unione Europea alla scelta statunitense di sostenere il sistema dell\'alta finanza mondiale, attingendo alle risorse dei cittadini, incentivando cos&amp;igrave; quel &lt;em&gt;moral hazard&lt;/em&gt; che &amp;egrave; la base stessa della speculazione internazionale; lo dimostra il modo con cui l\'Unione ha subito le pagelle delle compagnie di &lt;em&gt;rating&lt;/em&gt;; lo dimostra il modo con cui si &amp;egrave; lasciata cadere ogni forma di regolamentazione della speculazione finanziaria; lo dimostra l\'inedito diretto coinvolgimento degli Usa nella gestione delle crisi greca ed italiana.&lt;br /&gt;Tale orientamento di fondo di un\'Unione Europea, inizialmente piuttosto incerta al suo interno sul da farsi, ha confermato cos&amp;igrave; anche in questo caso la totale subordinazione delle &amp;eacute;lite politiche ed economiche europee ai desiderata della finanza internazionale, &amp;eacute;lite che non hanno mai trovato n&amp;eacute; la volont&amp;agrave; n&amp;eacute; il coraggio per fare dell\'euro quello strumento di indipendenza che molti anche fuori dall\'Europa si auguravano: cosa che sarebbe stata possibile in diversi momenti dell\'ultimo decennio, da ultimo proprio al momento dell\'esplodere della crisi dei &lt;em&gt;subprimes&lt;/em&gt;, che, occorre rilevarlo, era originariamente assai pi&amp;ugrave; americana che europea.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Italia ed Europa: destini collegati&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;La comune perdita di indipendenza ed autonomia dell\'Italia e dell\'Europa, a seguito degli esiti della Seconda Guerra mondiale, ci mostra che difficilmente la fuoriuscita dell\'Italia dall\'euro e dall\'Unione Europea potrebbe contribuire seriamente a risolvere i problemi italiani: proprio in questi giorni assistiamo al caso dell\'Ungheria, laddove le pressioni delle organizzazioni finanziarie sovranazionali stanno costringendo a una rapida marcia indietro dalle posizioni nazionaliste ed autonomiste del governo magiaro; cose gi&amp;agrave; viste in Grecia, quando il referendum sulle misure di austerit&amp;agrave; &amp;egrave; stato cancellato su diretta pressione della Ue.&lt;br /&gt;D\'altra parte, la stessa uscita dell\'Italia dall\'Unione sicuramente aggraverebbe la subordinazione europea ai desiderata anglo-sassoni: la ripresa del tradizionale isolazionismo britannico con lo strappo voluto da Cameron, sul quale si &amp;egrave; detto assai meno di quanto sarebbe stato necessario, dimostra quanto sarebbe gradita all\'alta finanza internazionale la disgregazione dell\'Europa. Cos&amp;igrave; come appare del tutto sterile, e talvolta francamente piuttosto sospetta, la crescente polemica anti-tedesca, quasi che si voglia sollevare per la terza volta una &quot;questione della colpa&quot; contro questo Paese, dimenticando che la sua economia &amp;egrave; l\'unica a livello mondiale in grado di preoccupare gli Stati Uniti ed &amp;egrave; del pari l\'unica in grado di mantenere nell\'Unione l\'est europeo - due questioni di non poco rilievo per chi intenda davvero contrastare l\'egemonia anglo-sassone a livello mondiale e lavorare per un\'Europa libera ed indipendente.&lt;br /&gt;Il destino storico dell\'Italia &amp;egrave; collegato all\'Europa almeno dal Quattrocento, quando il nostro Paese forn&amp;igrave; alla cultura europea tutti i suoi pi&amp;ugrave; moderni strumenti, formandola ad un livello di profondit&amp;agrave; che &amp;egrave; stato determinante per la costruzione della sua identit&amp;agrave; comune; del pari, il destino storico dell\'Italia &amp;egrave; legato alle vicende della Germania, dalla quale tante cose ci dividono in apparenza quante nella sostanza ci uniscono, partendo dalla fine del Medioevo per arrivare, attraverso l\'assetto di Westphalia, alla conquista risorgimentale dell\'indipendenza, giungendo fino ad una complementariet&amp;agrave; di interessi attuale, nel quadro di un\'Europa unificata, che, se forse sfugge agli attuali governanti tedeschi ed italiani, non deve sfuggire a chi dia una lettura alternativa della storia europea.&lt;br /&gt;Una strategia realmente alternativa dovrebbe quindi prendere atto certo del fatto che l\'Unione Europea &amp;egrave; oggi un efficiente strumento del capitalismo tecnocratico e finanziario mondiale, cos&amp;igrave; come del fatto che il sistema partitocratico italiano ha garantito la sovranit&amp;agrave; limitata dell\'Italia. Ma da questo non pu&amp;ograve; derivare un\'opposizione al processo di unificazione europea: occorre che l\'azione per ridare piena indipendenza e sovranit&amp;agrave; popolare al nostro Paese coincida con una parallela azione per la piena indipendenza e sovranit&amp;agrave; europea. Le due linee di azione sono infatti indissolubilmente legate.&lt;br /&gt;Pensiamo ad esempio alla fondamentale questione della Russia, che l\'Unione Europea ha tenuto fuori del processo di unificazione per esigenze legate alla geopolitica statunitense, oltrech&amp;eacute; ai problemi posti dalla storia dell\'Urss: una situazione che diventer&amp;agrave; scottante quanto pi&amp;ugrave; dovesse aggravarsi la situazione mediorientale, da un lato, e svilupparsi la potenza cinese, dall\'altro. Il lavoro che degli europei pienamente consapevoli della nostra identit&amp;agrave; dovrebbero svolgere verso la Russia, aprendo con quel Paese un dialogo serio sulle comuni prospettive future, sarebbe di importanza fondamentale per l\'avvenire, soprattutto se l\'Europa fosse portatrice, per tramite di esperienze realizzate in Italia, di una nuova visione dello Stato e dell\'organizzazione sociale complessiva.&lt;br /&gt;O i movimenti di alternativa riusciranno a pensare e ad agire parallelamente in modo italiano ed europeo, in modo che le soluzioni proposte e sviluppate in Italia siano in grado di alimentare anche il processo di cambiamento in Europa, oppure sia l\'Europa che il nostro Paese diventeranno nuovamente terreno di scontro di forze etero-dirette, con il rischio di una frammentazione anche politica, secondo linee di faglia che qualcuno sta gi&amp;agrave; chiaramente delineando, in Italia ed in Europa, e che attori  interessati operano da tempo spregiudicatamente per favorire: basti pensare da una parte alle &quot;tre Italie&quot; ipotizzate per il nostro Paese, e, dall\'altro, alla possibile divisione europea in &quot;tre Europe&quot; (centro-occidentale, mediterranea ed orientale) cui molti attori esterni si stanno applicando con energia.&lt;br /&gt;Per restare unita, l\'Italia deve lottare perch&amp;eacute; anche l\'Europa resti unita. Per essere sovrana, l\'Italia deve lottare perch&amp;eacute; anche l\'Europa sia sovrana.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;L\'apporto dell\'Italia&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Pu&amp;ograve; sembrare paradossale, ma proprio l\'esperienza di crisi profonda del nostro Paese, contiene uno straordinario punto di forza per noi e per l\'Europa: la debolezza della forma dello Stato-Nazione cui si accompagna una crisi generale delle &quot;categorie del politico&quot; in ogni loro declinazione (partiti, sistemi amministrativi, sistemi del &lt;em&gt;welfare&lt;/em&gt;, democrazia parlamentare stessa), &amp;egrave; particolarmente devastante in Italia. Ma &amp;egrave; la stessa crisi che spiega anche il cedimento dell\'Unione Europea alle logiche della globalizzazione finanziaria e dell\'egemonia anglo-sassone. Questo perch&amp;eacute; &amp;egrave; proprio la forma dello Stato nazionale moderno ed il concetto di politica affermatosi dal Cinquecento ci&amp;ograve; che deve ora essere superato, per completare il processo di emancipazione dai retaggi medievali, mantenendo al centro la forza ideale della Patria come identit&amp;agrave; comune dei Popoli, secondo l\'immagine mazziniana. &amp;Egrave; questo il passo ulteriore necessario per andare oltre le rivoluzioni &quot;borghesi&quot; che l\'Occidente ha posto come modello al mondo intero; andare oltre per sviluppare in una dimensione pi&amp;ugrave; ampia e pi&amp;ugrave; elevata le fondamentali aspirazioni alla libert&amp;agrave; spirituale, alla eguaglianza di diritti, alla fratellanza nei rapporti economici.&lt;br /&gt;Le forme di organizzazione della comunit&amp;agrave; popolare vanno per questo ripensate completamente, e questo &amp;egrave; il momento decisivo per farlo: l\'evidenza della crisi parallela del sistema economico del capitalismo e dello Stato nazionale moderno offrono spunti chiarissimi per ripensare l\'intero organismo sociale. Cos&amp;igrave; come, per altri versi, occorre ripensare ai fondamenti stessi della cultura occidentale, la sua scienza, ad esempio, in rapporto alle esigenze della Terra in un mondo unificato; o la sua cultura giuridica che, ad esempio, romanisticamente imperniata com\'&amp;egrave; sulla propriet&amp;agrave; privata, si rivela inadeguata ad affrontare la questione fondamentale della gestione dei &quot;beni comuni&quot; (&lt;em&gt;commons&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;L\'Italia pu&amp;ograve; e deve essere il luogo ideale di questo ripensamento, capace di portare al definitivo superamento delle &quot;categorie del politico&quot;, imperniate come sono sul problema del potere invece che su quello dell\'etica: &amp;egrave; una visione oseremmo dire anti-politica dell\'organizzazione sociale che pu&amp;ograve; attuarne il superamento, dando nuova autonomia alle componenti essenziali dell\'organismo sociale, quella culturale-spirituale, quella economica e quella di gestione della cosa pubblica. La sola via mediante la quale la democrazia possa ancora definirsi tale, sottraendo ai poteri forti, in grado di comprare o imporre mediaticamente il consenso, proprio i loro maggiori punti di applicazione nello Stato politico.&lt;br /&gt;Il modello anti-politico che l\'Italia &amp;egrave; potenzialmente in grado di definire dovrebbe oggi indirizzarsi alle forze dell\'economia reale, ad esempio, cercando di dare ad esse voce e forza istituzionale, superando le finte rappresentanze ancora gestite partiticamente; oppure, potrebbe seriamente lavorare per la nascita dal basso, di sistemi di istruzione sottratti agli ambiti del pubblico partiticizzato o del privato espressione dei poteri vaticano-massonici; infine, lavorando a livello di amministrazioni locali per creare nuove forme di gestione partecipata dei beni di valore collettivo.&lt;br /&gt;Quello che in tal modo si potr&amp;agrave; qui elaborare quale nuova forma di sovranit&amp;agrave; rappresenter&amp;agrave; un elemento moltiplicatore di forze per l\'indipendenza dell\'Europa intera, agendo parallelamente nei due ambiti: pensiamo qui, come semplice cenno, all\'importanza fondamentale che potrebbe avere l\'affidare alle forze dell\'economia reale (imprese, lavoratori, consumatori) il controllo sull\'emissione di moneta.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Il metodo: allenarsi per gareggiare&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Se la prospettiva corretta &amp;egrave;, come crediamo, diversa da quella classicamente politica della presa del potere, essa va pensata, vissuta e condotta verso obiettivi diversi. Quello che serve prioritariamente &amp;egrave; un lavoro di lunga durata sulle coscienze: informazione, formazione, educazione sono i livelli operativi sui quali occorre prima di tutto agire. Essi mirano ad &lt;em&gt;allenare&lt;/em&gt; la coscienza di un popolo, a creare un consenso di opinione non imposto mediaticamente ma capace di tradursi in stili di vita e di pensiero - ridando in tal modo forze ideali profonde all\'Italia ed all\'Europa.&lt;br /&gt;Il che non vieta affatto che possano e debbano verificarsi dei momenti, come dire, di &lt;em&gt;gara&lt;/em&gt;, vale a dire momenti in cui le circostanze immediate, le esigenze concrete, possano richiedere di prendere parte attiva in quelle situazioni di svolta che il futuro potrebbe riservare, mettendo allora in pratica quello che si &amp;egrave; appreso e sperimentato nell\'allenamento quotidiano.&lt;br /&gt;Non vi &amp;egrave; dubbio infatti che la grave crisi del modello del capitalismo occidentale e le difficolt&amp;agrave; in cui versano le forze dell\'egemonia anglo-sassone potrebbero tradursi nei prossimi mesi e nei prossimi anni in eventi nei quali l\'intervento di forze nuove potrebbe essere determinante per il mutamento. Lo spostamento della crescita economica dai Paesi occidentali ai Brics; lo spostamento dell\'asse strategico mondiale dall\'Atlantico al Pacifico, conseguente alla crescente affermazione di potenza cinese; la sempre pi&amp;ugrave; forte esigenza del controllo delle risorse energetiche, alimentari e ambientali a livello mondiale; la situazione di disintegrazione del mondo arabo-islamico determinata da oltre un ventennio di guerre e di conflitti interni; lo scollamento fra economia reale ed economica finanziaria, in un rapporto di uno a dieci - sono queste tutte realt&amp;agrave; che richiedono alle classi dirigenti attuali, ben oltre la loro indubbia potenza tecnologica militare ed economica, una capacit&amp;agrave; immaginativa ed una forza morale che esse non sembrano proprio possedere.&lt;br /&gt;Il nostro lavoro consiste quindi oggi nel creare precisamente, all\'interno dei popoli europei, questa libera volont&amp;agrave;, poich&amp;eacute; riteniamo che nei nostri popoli esistano capacit&amp;agrave; spirituali che devono essere solo portate a coscienza e liberate, per tradursi, grazie all\'impegno individuale di ognuno, in nuove forme di organizzazione sociale.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;(1) G. Colonna, &lt;em&gt;La resurrezione della Patria&lt;/em&gt;, Tilopa, Roma, 2004.&lt;br /&gt;(2) D. Gilmour, &quot;The End of Italy&quot;, &lt;em&gt;Foreign Policy&lt;/em&gt;, 15 novembre 2011.&lt;br /&gt;(4) C. Duggan, &lt;em&gt; La forza del destino&lt;/em&gt;, storia d\'Italia dal 1796 ad oggi, Laterza, Bari, 2008.&lt;br /&gt;(3) D. Gilmour, &quot;The end of Italy&quot;, cit.&lt;br /&gt;(5) C. Duggan, &lt;em&gt;La forza del destino&lt;/em&gt;, cit., p. 603.&lt;br /&gt;(6) Ivi, p. 623.&lt;br /&gt;(7) D. Gilmour, &quot;The end of Italy&quot;, cit.&lt;br /&gt;(8) C. Duggan, &lt;em&gt;La forza del destino&lt;/em&gt;, cit., p. 674.&lt;br /&gt;(9) N. Bobbio, &lt;em&gt;Il futuro della democrazia&lt;/em&gt;, Einaudi, Torino, 1984.&lt;br /&gt;(10) J. Monnet, &lt;em&gt;M&amp;eacute;moires&lt;/em&gt;, Fayard, Parigi, 1976.&lt;br /&gt;(11) G. Colonna, &lt;em&gt;Medio Oriente senza pace&lt;/em&gt;, Edilibri, Milano, 2009.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;</description>
    </item>
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        <dc:date>1970-01-01T00:00:00+01:00</dc:date>
        <dc:creator>G. Colonna</dc:creator>
        <title>Dal Pacifico al Medio Oriente, gli effetti dell\'affermarsi della Cina</title>
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        <description>&lt;div align=\&quot;justify\&quot;&gt;Mentre l\'Europa &amp;egrave; alle corde a motivo della crisi finanziaria, proseguono le grandi manovre politico militari nell\'Oceano Pacifico, area geopolitica in rinnovata espansione.&lt;br /&gt;La visita del presidente americano Obama in Australia a met&amp;agrave; novembre ha prodotto risultati molto significativi: facendo seguito al suo discorso, che ha esaltato la pi&amp;ugrave; che sessantennale collaborazione militare fra Usa, Australia e Nuova Zelanda nell\'ambito dell\'ANZUS (la Nato del Pacifico sud-occidentale), Julia Gillard, la primo ministro australiana ha dichiarato, facendo seguito al discorso di Obama, che &quot;la nostra regione sta crescendo economicamente ma la stabilit&amp;agrave; &amp;egrave; altrettanto importante per la crescita economica; e la nostra alleanza &amp;egrave; stata una delle basi della stabilit&amp;agrave; nella nostra regione&quot;.&lt;br /&gt;Obama, da parte sua, ha ribadito che gli Stati Uniti stanno spostando la loro attenzione dalla guerra contro il terrorismo alle questioni dell\'economia e della sicurezza nell\'Asia Orientale e nel Pacifico, aggiungendo significativamente che il messaggio che gli Usa inviano all\'Asia ed al Pacifico &amp;egrave;: &quot;siamo qui per restare&quot;. Dichiarazione davvero importante, alla quale in Europa dovremmo prestare molta maggiore attenzione, memori del fatto che, storicamente, delle due anime della politica internazionale ed imperiale Usa, l\'una orientata verso l\'Atlantico l\'altra estesa sul Pacifico, quest\'ultima, rivolta all\'Asia orientale, &amp;egrave; la pi&amp;ugrave; antica e vigorosa, assai pi&amp;ugrave; che quella transatlantica, rivolta com\'&amp;egrave; ad una Europa, che gli americani hanno sempre finito per considerare antiquata patria del dispotismo e dei vincoli all\'economia.&lt;br /&gt;In base all\'accordo sottoscritto in occasione di questa storica visita, per la prima volta nella storia del secondo dopoguerra, gli Usa dispiegheranno fino a 2.500 marines in Australia, accrescendo anche la cooperazione fra le aviazioni militari dei due Paesi.&lt;br /&gt;Come se non bastasse, nella stessa settimana, il ministro degli esteri Usa Hillary Clinton ha firmato una dichiarazione di sostegno ad un trattato militare difensivo bilaterale fra gli Usa e le Filippine, un Paese dove il radicamento dell\'influenza americana dura dalla fine dell\'Ottocento.&lt;br /&gt;Sono ovviamente tutti messaggi molto chiari rivolti in primo luogo alla Cina, il cui crescente profilo militare non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; sottovalutabile da parte degli Stati Uniti. I nuovi passi americani sono stati subito accolti con molta preoccupazione da parte del governo cinese, il cui portavoce Liu Weimin ha fatto notare che sar&amp;agrave; necessario iniziare a discutere del crescente dispiegamento di forze Usa in Asia, precisando che la Cina non ha mai fatto parte di alcuna alleanza militare con Paesi dell\'area, come quelle costituite dagli Usa.&lt;br /&gt;&amp;Egrave; vero del resto che nelle stesse settimane &amp;egrave; divenuta operativa la prima portaerei cinese: una unit&amp;agrave; navale originariamente ucraina che &amp;egrave; stata acquistata nel 1998 e quindi profondamente ristrutturata per corrispondere alle esigenze della nuova grande potenza asiatica. Ad essa si dovrebbero aggiungere almeno altre due unit&amp;agrave; di questo tipo (di cui una a propulsione nucleare), per guidare i tre gruppi navali che la Cina si propone di dislocare a protezione dei suoi interessi economici e politici nel Pacifico.&lt;br /&gt;Il programma di costruzione navale cinese, che comprende anche una trentina di altre unit&amp;agrave; di vario tipo, si accompagna alla strategia che da oltre un quinquennio vede la Repubblica Popolare creare una catena di basi navali di supporto tra il Pacifico e l\'Oceano Indiano, la cosiddetta strategie del &quot;filo di perle&quot;: Akyab, Cheduba e Bassein nel Myanmar; Chittadong, in Bangladesh; Trincomalee nello Sri Lanka, per finire con Gwadar, in Pakistan la cui costruzione, iniziata nel 2002, &amp;egrave; finanziata dalla Cina all\'80% (per oltre 248 milioni di dollari). Collocata a soli 72 km dall\'Iran e a 400 dallo Stretto di Hormuz, Gwadar consentir&amp;agrave; di supportare le forze navali cinesi impegnate a garantire la sicurezza del flusso di idrocarburi che in quantit&amp;agrave; crescente alimentano dal Medio Oriente la crescita industriale cinese.&lt;br /&gt;Proprio l\'annuncio del ministro della difesa pakistano sulla collaborazione pakistano-cinese nella costruzione di questa base, dello scorso 23 maggio, ha sicuramente turbato gravemente i gi&amp;agrave; tesi rapporti tra gli Usa ed il Pakistan e costretto i primi a ripensare tutta la propria organizzazione logistica dell\'Afghanistan. Lo proiezione di potenza cinese viene quindi a collegare il teatro del Pacifico alla situazione medio-orientale, imponendosi come la questione strategica fondamentale per gli Stati Uniti nel XXI secolo.&lt;br /&gt;Le implicazioni di questo mutamento sono moltissime. Il Medio Oriente acquisisce una nuova importanza: non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; solamente il teatro dello &quot;scontro di civilt&amp;agrave;&quot; fra Islam, Cristianesimo e Giudaismo; non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; solo il luogo deputato al democracy building; non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; solo il campo di battaglia contro il terrorismo internazionale e contro gli &quot;stati canaglia&quot; - esso diviene oggi la frontiera terrestre principale nei confronti della Cina, per la quale le fonti energetiche medio-orientali sono ora un elemento strategico essenziale.&lt;br /&gt;La stabilizzazione del Medio Oriente attraverso la eliminazione di regimi potenzialmente ostili, come quelli libico, siriano, iraniano - diventa dunque complementare e logico sviluppo di quanto avvenuto negli ultimi venti anni, alla luce della possibilit&amp;agrave; che la Cina possa inserirsi, come ha gi&amp;agrave; mostrato di saper fare, nei complessi giochi medio-orientali.&lt;br /&gt;Ma anche la politica Usa verso la Russia deve tenere conto di queste nuove esigenze, in quanto la brusca fine del rapporto speciale con il Pakistan sta dando importanza vitale a quella Northern Distribution Network (NDN), la rete di comunicazione stradale e ferroviaria che, partendo dai porti baltici e attraversando tutta la Russia, alimenta oggi da nord gran parte dello sforzo bellico Usa e Nato in Afghanistan - un\'impresa logistica da incubo, che richiede una Russia non pregiudizialmente ostile agli interessi occidentali. Ci&amp;ograve; che spiega assai bene le crescenti interferenze americane nella politica interna russa, interferenze che non si verificavano pi&amp;ugrave; dai tempi della guerra fredda.&lt;br /&gt;L\'Afghanistan, infine, come tradizionale cerniera fra Asia, Russia e Medio Oriente, acquisisce una nuova importanza, non pi&amp;ugrave; solo nel tradizionale &quot;grande gioco&quot; anglosassone di contenimento della Russia e di blocco alla sua corsa ai &quot;mari caldi&quot;; non pi&amp;ugrave; soltanto quale porta di accesso alle grandi risorse energetiche delle repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche; l\'Afghanistan &amp;egrave; ora prima di tutto punto di controllo dell\'intera massa continentale euro-asiatica, nella quale sta avanzando a passi da gigante un\'antica e insieme nuova forza da Oriente, la Cina appunto.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;</description>
    </item>
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        <dc:date>1970-01-01T00:00:00+01:00</dc:date>
        <dc:creator>Simone Santini</dc:creator>
        <title>La dottrina nucleare americana tra Washington e Hollywood</title>
        <link>http://www.clarissa.it/stampa.php?id=303</link>
        <description>&lt;div align=\&quot;justify\&quot;&gt;Nel marzo 2005, in piena era neo-conservatrice, l\'Amministrazione degli Stati Uniti e le Forze armate americane stilarono la nuova dottrina nucleare denominata DJNO (Doctrine for Joint Nuclear Operations) che dettava le regole di ingaggio per l\'uso degli armamenti atomici in uno scenario bellico circoscritto o in caso di aggressione asimmetrica da parte di entit&amp;agrave; nemiche.&lt;/div&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Conseguente alla linea di condotta delineata con la &quot;guerra preventiva&quot;, gli armamenti nucleari, intesi durante la guerra fredda quasi unicamente nella loro funzione di deterrente e come difesa contro eventuali attacchi atomici nemici massivi, in quella che si prospettava come MAD (Mutual Assured Destruction), divenivano in quel frangente esplicite armi tattiche.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Si leggeva nel documento: &amp;laquo;&amp;Egrave; essenziale che le forze armate statunitensi si preparino all\'uso di armi atomiche, e che siano determinate ad impiegarle se ci&amp;ograve; &amp;egrave; necessario per prevenire o per reagire all\'uso di armi di distruzione di massa&amp;raquo;. Dunque anche la semplice previsione che un eventuale nemico potesse utilizzare armi di distruzione massa giustificava l\'utilizzo di armi atomiche a scopo preventivo. &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Un altro cambiamento strutturale era relativo alla decisione operativa sull\'utilizzo di tali armi. Mentre precedentemente tale prerogativa era esclusivo appannaggio del Presidente, da quel momento la decisione ultima spettava ai comandanti militari sul campo. Il Presidente, in caso di crisi bellica, si sarebbe limitato a fornire un via libera a priori, consentendo l\'utilizzo di tutti gli armamenti, convenzionali e non, ad appannaggio della cosiddetta &quot;cassetta degli attrezzi&quot; di cui dispone ogni comandante. A costui, che in ultima analisi potrebbe essere anche un generale di brigata, spetter&amp;agrave; la decisione discrezionale sull\'utilizzo degli armamenti pi&amp;ugrave; appropriati determinati dallo scenario di guerra, comprese le testate atomiche in sua dotazione. &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Questa discrezionalit&amp;agrave; era anche figlia delle innovazioni tecnologiche che avevano portato alla definizione di piccole testate nucleari, cosiddette mini-nukes, con caratteristiche di estrema flessibilit&amp;agrave; nell\'utilizzo e, a detta dei vertici militari, &amp;laquo;sicure per la popolazione civile&amp;raquo;. Il tipo di scenario previsto si attagliava perfettamente ad una possibile crisi tra Stati Uniti e Iran.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;All\'inizio di aprile 2010,  Barack Obama ha inaugurato un nuovo corso con un documento di 80 pagine (Nuclear Posture Review), stilato con il segretario della Difesa Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato maggiore Michael Mullen, il segretario dell\'Energia Steven Chou, che ha parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare militare, prevista da George W. Bush, prevedendo la restrizione delle condizioni nelle quali sarebbe ammesso l\'uso dell\'atomica.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Da quel momento gli Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente (come del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai l\'arma nucleare contro un avversario che non la possieda e che rispetti il Trattato di Non-proliferazione, ma, aveva precisato Obama al &quot;New York Times&quot;, &amp;laquo;gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da questa nuova regola&amp;raquo;. &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Allo stesso modo gli americani non avrebbero risposto col nucleare ad attacchi chimici, battereologici, cibernetici, purch&amp;eacute; non si trattasse di minacce dalla portata &amp;laquo;devastante&amp;raquo;. Ed in ogni caso si &amp;laquo;continueranno a preservare tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo americano&amp;raquo;.  &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;In previsione di un 2030 senza armi atomiche, Obama era quindi giunto ad un accordo, a conclusione di sei mesi di serrate trattative, per una nuova edizione del Trattato START con l\'altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo, ratificato a Praga l\'8 aprile 2010  dallo stesso presidente Obama e dall\'omologo Dimitri Medvedev (poi approvato dal Congresso americano a fine anno), prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute dai due paesi, da 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sar&amp;agrave; ridotto della met&amp;agrave;, da1.600 a 800. L\'accordo prevede inoltre rispettive verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati, reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;center\&quot;&gt;***&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt; &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Per un paese come gli Stati Uniti, l\'architettura giuridica nazionale ed internazionale sull\'uso delle armi atomiche, o pi&amp;ugrave; in generale sul tema della guerra, &amp;egrave; altrettanto importante quanto la costruzione di un immaginario emotivo per la popolazione.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;I legami tra la filmografia popolare americana e i sentimenti patriottici sono sempre esistiti, ma a ridosso e dopo l\'11 settembre questi rapporti sono sembrati entrare in una fase evoluta e complessa. Nel periodo classico, infatti, i film di guerra prodotti a Hollywood avevano soprattutto un carattere celebrativo, e durante gli anni reaganiani i produttori sembravano piuttosto odorare il vento e di conseguenza sfornare film e personaggi che accompagnassero le tendenze della politica e della societ&amp;agrave;. Per fare un esempio ci si pu&amp;ograve; riferire al Rambo di Sylvester Stallone, che, da reduce del Vietnam disadattato ed emarginato del primo episodio, diventa un autentico freedom fighter nei successivi sequel.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Negli anni immediatamente successivi all\'11 settembre, il film di guerra tornava prepotentemente di moda, tanto da rappresentare 1/3 della produzione totale. E non erano pi&amp;ugrave; i film di guerra classici, di denuncia o meno, ma comunque pellicole con intenti di ricostruzione storica o sociale, dai classicissimi Il giorno pi&amp;ugrave; lungo sullo sbarco in Normandia, al corrosivo Il dottor Stranamore di Kubrik, fino ad Apocalypse Now o Platoon sulla tragedia del Vietnam. I nuovi film sembravano inserirsi in una sorta di progetto sociologico tendente a creare modelli che lo spettatore americano medio avrebbe ritrovato poi, con linguaggi del tutto simili, nei telegiornali e nelle corrispondenze degli inviati nelle guerre vere. Attraverso quello strumento potentissimo che &amp;egrave; la narrazione emotiva, si potevano ingenerare nella psicologia dello spettatore paure, desideri di rivalsa e vendetta, accettazione di schemi culturali.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Non &amp;egrave; quindi un caso che in questi film di nuova generazione, a cavallo dell\'anno 2000, si mescoli guerra e terrorismo e che gli Stati Uniti siano costantemente sotto la minaccia catastrofica da parte di gruppi terroristici,  magari con l\'uso di armi nucleari.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Nel film Broken Arrow (1996) un ufficiale corrotto dell\'aviazione (John Travolta) ruba delle bombe atomiche per rivenderle sul mercato nero e ne fa esplodere una come ammonimento; per The Peacemaker (1997) con George Clooney e Nicole Kidman, l\'ambientazione &amp;egrave; New York e il terrorista che cerca di far esplodere nel centro della citt&amp;agrave; un ordigno atomico, acquistato ancora sul mercato nero, &amp;egrave; un serbo; in Attacco al potere (1998), invece, Denzel Washington &amp;egrave; un funzionario dell\'FBI che sventa la minaccia portata contro New York da terroristi arabi. Molto interessante in questa pellicola &amp;egrave; la risposta data dal potere, personificato da un generale col volto di Bruce Willis, che, contro una campagna di terrore, decide di sospendere i diritti civili della popolazione in una sorta di annuncio del Patriot Act post 11 settembre; in The sum of all fears (titolo particolarmente evocativo, approssimativamente tradotto in italiano con Al vertice della tensione) un film Paramount del 2002 tratto da un romanzo di Tom Clancy, con Ben Affleck e Morgan Freeman, i terroristi fanno esplodere una bomba nucleare per uccidere il presidente degli Stati Uniti e provocare un conflitto con la Russia. La pellicola, di grande successo popolare negli Usa, divent&amp;ograve; anche l\'ambientazione per un videogame, con una penetrante capacit&amp;agrave; educativa che non si limitava alle due ore della visione ma diventava addirittura un compagno di gioco per i ragazzi.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Una bomba atomica pu&amp;ograve; essere anche un amico. In Armageddon, del 1998, film del filone catastrofista con i soliti muscolari Bruce Willis e Ben Affleck, sar&amp;agrave; proprio un ordigno nucleare a distruggere il meteorite che minaccia di cancellare la vita sulla terra.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;La familiarit&amp;agrave; del pubblico americano con l\'uso delle testate atomiche procede nell\'ultimo decennio attraverso le serie televisive di maggior successo, quelle che entrano direttamente nelle case degli americani. Nella celebre serie 24, in onda sulla emittente Fox dal 2001, le prime stagioni ruotano attorno al tentativo dell\'agente federale Jack Bauer (Kiefer Sutherland) di salvare Los Angeles dallo scoppio di una bomba atomica; in Jericho, prodotto dalla CBS, si narrano le vicende post-apocalittiche di una immaginaria cittadina della provincia americana dopo che le maggiori citt&amp;agrave; del paese sono state rase al suolo da attacchi atomici; anche in Lost (ancora della Fox), probabilmente il serial pi&amp;ugrave; famoso del decennio, si viene a scoprire che le surreali alterazioni spazio-temporali vissute dai protagonisti sono state provocate dallo scoppio di un ordigno nucleare.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&amp;Egrave; possibile trarre un significato profondo da tutte queste tendenze? Sicuramente si &amp;egrave; instillato nel pubblico americano un terrore che si &amp;egrave; materializzato come in un incubo l\'11 settembre, allorch&amp;eacute; la pi&amp;ugrave; ricorrente considerazione tra la popolazione a proposito delle immagini di quel giorno riguard&amp;ograve;, appunto, l\'immaginario collettivo: &amp;laquo;Sembrava un film, ma stavolta era vero&amp;raquo;. E da quel momento si faceva sempre pi&amp;ugrave; tangibile la possibilit&amp;agrave; che il colpo successivo sarebbe stato con un\'arma di distruzione massiva. &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;La comunicazione politica di massa si impossess&amp;ograve; immediatamente di quella emozione. Quando si chiedeva a Bush di fornire le prove che giustificassero l\'attacco all\'Iraq, la prova provata, la &quot;pistola fumante&quot;, gli spin doctor della Casa Bianca confezionarono uno splendido discorso per il presidente. Bush disse che l\'inazione era un crimine, poich&amp;eacute; dopo l\'11 settembre il fumo della smoking gun poteva assumere la forma di un fungo atomico.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Tale immagine poetica ebbe un effetto psicologico davvero forte presso l\'opinione pubblica americana, e fu talmente efficace da fare il giro del mondo. Ma il successo comunicativo non poteva essere cos&amp;igrave; completo se il terreno non fosse stato sapientemente preparato. Fu poi del tutto irrilevante che la minaccia nucleare irachena, e quella di ogni altra arma di distruzione di massa,  risultasse completamente inventata. Lo scopo era stato raggiunto.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Nel contesto attuale, l\'uso immaginifico della bomba assume un duplice significato. Quello classico, della minaccia distruttrice che giunge dall\'esterno; quello familiare, se non addirittura benevolo, di ritrovata concordia col concetto di guerra atomica, e quanto sia accettabile da parte degli Stati Uniti, o dei suoi alleati, il ricorso all\'uso di armamenti nucleari come strumento di difesa, anche preventivo. Dopo 50 anni di terrore per un possibile olocausto nucleare, si tratta di un epocale cambiamento culturale. Ma la filmografia popolare non &amp;egrave; uno dei mezzi pi&amp;ugrave; efficaci per questo scopo? &lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Tratto da: Appello al Popolo, &lt;a href=\&quot;http://www.appelloalpopolo.it/?p=5120\&quot;&gt;http://www.appelloalpopolo.it/?p=5120&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
    </item>
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        <dc:date>1970-01-01T00:00:00+01:00</dc:date>
        <dc:creator>Gaetano Colonna</dc:creator>
        <title>Aristocrazie della speculazione e potere di creare moneta</title>
        <link>http://www.clarissa.it/stampa.php?id=302</link>
        <description>&lt;div align=\&quot;justify\&quot;&gt;Presentiamo ai lettori di Clarissa la traduzione integrale di un lungo e documentatissimo reportage della prestigiosa rivista &lt;em&gt;Bloomberg News&lt;/em&gt;, specializzata nelle analisi di carattere finanziario.&lt;br /&gt;Si tratta di un vero e proprio studio sui rapporti, durante la grave crisi finanziaria in atto, fra le principali banche internazionali, americane ed europee, e la &lt;em&gt;Federal Reserve&lt;/em&gt; americana, la banca centrale statunitense, intorno alla quale ruotano i pi&amp;ugrave; importanti rapporti dell\'alta finanza globalizzata del nostro tempo.&lt;br /&gt;Sottolineiamo il fatto che quanto apprendiamo grazie alla coraggiosa iniziativa di &lt;em&gt;Bloomberg&lt;/em&gt; era rimasto fino ad ora segreto ed alla sua divulgazione la Fed stessa si &amp;egrave; opposta tenacemente per bene due anni, fino cio&amp;egrave; a quando, in base alla legge americana che impone la pubblicazione di molti documenti pubblici (il &lt;em&gt;Freedom of Information Act&lt;/em&gt;),&lt;em&gt; Bloomberg&lt;/em&gt; &amp;egrave; riuscita ad ottenere da un tribunale americano l\'accesso ai database contenenti i dati sui prestiti.&lt;br /&gt;Quando si parla pertanto di &quot;opacit&amp;agrave; dei mercati finanziari&quot; non dimentichiamo di includere in essa le gravi reticenze degli stessi cosiddetti regolatori del sistema. Tale opacit&amp;agrave; non pu&amp;ograve; tuttavia sorprendere, qualora si consideri, cosa che spesso viene trascurata, la natura del sistema della Fed, cos&amp;igrave; come di altre similari istituzioni, che il cittadino ritiene erroneamente poste a garanzia del controllo pubblico sulla moneta che utilizziamo tutti i giorni. Non &amp;egrave; cos&amp;igrave;.&lt;br /&gt;La &lt;em&gt;Federal Reserve&lt;/em&gt; Usa, nota come Fed, in realt&amp;agrave; &amp;egrave; un sistema privato, articolato su dodici &lt;em&gt;Federal Reserve Districts&lt;/em&gt;, ognuno dei quali dispone di una &lt;em&gt;Federal Reserve Bank&lt;/em&gt;: &amp;egrave; ben noto, ad esempio, che la  &lt;em&gt;Federal Reserve Bank&lt;/em&gt; di New York, a causa della presenza in questo distretto di alcune delle principali banche del mondo, ha un peso tecnico e politico molto superiore alle&lt;em&gt; Federal Reserve Bank&lt;/em&gt; degli altri distretti.&lt;br /&gt;Il sistema, costituito con il&lt;em&gt; Federal Reserve Act &lt;/em&gt;approvato il 23 dicembre 1913, durante l\'amministrazione del presidente Woodrow Wilson, poi modificato non sostanzialmente nel corso degli anni, non ha alcun carattere pubblico, in quanto le banche che ne fanno parte sono tutte private e detengono in quote societarie la propriet&amp;agrave; delle singole &lt;em&gt;Federal Reserve Bank&lt;/em&gt;, che hanno tutte veste giuridica di societ&amp;agrave; per azioni. Questo aspetto in particolare, nel corso della storia del &lt;em&gt;Federal Reserve System&lt;/em&gt;, ha suscitato e continua a suscitare forti opposizioni contro il sistema, del quale &amp;egrave; quindi pacifico il carattere privatistico, come &amp;egrave; stato riconosciuto ad esempio nel 1983 dal tribunale della nona circoscrizione giudiziaria della California nel caso &quot;Lewis contro gli Stati Uniti&quot; che ha definito la Fed come &quot;un\'organizzazione privata di societ&amp;agrave; per azioni, rivolta al conseguimento di un profitto&quot;. Il personale del sistema Fed, del resto, non dipende n&amp;eacute; dall\'autorit&amp;agrave; pubblica degli Stati n&amp;eacute; da quella del governo federale americano.&lt;br /&gt;Il peso delle banche private &amp;egrave; del resto ben evidenziato dalla struttura decisionale del sistema, che vede per ogni banca di distretto un consiglio direttivo composto da nove governatori, suddivisi in tre tipologie: categoria A, tre direttori nominati dalle banche azioniste; categoria B, tre direttori espressione del mondo economico-finanziario privato; categoria C, di nomina politica, ma privi di poteri in materia monetaria. &amp;Egrave; pur vero che esiste poi un &lt;em&gt;Federal Reserve Board&lt;/em&gt; centrale, i cui membri sono nominati dal Presidente degli Usa, e confermati dal Senato degli Stati Uniti, ma tale comitato non ha reale potere di controllo, oltre ad essere in genere composto da personalit&amp;agrave; provenienti dal mondo dell\'alta finanza statunitense.&lt;br /&gt;Annualmente poi il sistema Fed deve presentare al Congresso degli Stati Uniti un rapporto sulla propria attivit&amp;agrave;, ma, come vedrete leggendo il reportage qui presentato, fino all\'azione legale di &lt;em&gt;Bloomberg&lt;/em&gt; i dati pi&amp;ugrave; delicati restano coperti dal massimo riserbo, al punto che l\'esatta struttura delle quote azionarie detenute dalle banche americane nella Fed, ad esempio, rappresenta tuttora un dato estremamente riservato.&lt;br /&gt;Correttamente, quindi, la stessa brochure di presentazione scaricabile dal sito internet della Fed, testualmente afferma: &quot;il Federal Reserve System &amp;egrave; considerato come una banca centrale indipendente, in quanto le sue decisioni non devono essere ratificate n&amp;eacute; dal Presidente n&amp;eacute; da alcun altro organo esecutivo del governo&quot; (&lt;em&gt;The Federal Reserve System - Purposes and Functions&lt;/em&gt;, Washington, 2005). &lt;br /&gt;Non sembra pi&amp;ugrave; paradossale a questo punto che le banche socie della Fed (secondo i dati ufficiali, al marzo 2004, su 7.700 banche commerciali presenti negli Usa, 2.900 erano socie della Fed, di cui 2.000 di livello statale e 900 di livello nazionale), non solo hanno ottenuto i 1.200 miliardi di aiuti segreti di cui parla &lt;em&gt;Bloomberg&lt;/em&gt;, ma hanno altres&amp;igrave; tratto profitti dai prestiti di emergenza, anche quelli pubblicamente dichiarati, come informava l\'agenzia &lt;em&gt;Reuters &lt;/em&gt;gi&amp;agrave; l\'8 ottobre 2008:&lt;br /&gt;&quot;La&lt;em&gt; U.S. Federal Reserve&lt;/em&gt; ha ottenuto un strumento tattico chiave dal pacchetto di aiuti finanziari di 700 miliardi di dollari rivenuto legge venerd&amp;igrave; scorso, che l\'aiuter&amp;agrave; a indirizzare fondi ai mercati del credito ormai prosciugati. Nascosto nelle 451 pagine della legge, c\'&amp;egrave; un provvedimento che consente alla Fed di pagare interessi sulle riserve che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale&quot;.&lt;br /&gt;La lettura del reportage, quindi, &amp;egrave; fondamentale perch&amp;eacute; ci d&amp;agrave; conto chiaramente di come sia avvenuto il progressivo travaso della crisi finanziaria dai bilanci delle banche ai bilanci dei Paesi e di come dunque l\'attuale crisi del cosiddetto &quot;debito sovrano&quot; sia la fase logicamente e tecnicamente conseguente ai provvedimenti adottati nel 2008, rivolti appunto a preservare a tutti i costi istituzioni finanziarie private che, per dimensioni e potere, non dovevano fallire: si sono quindi riversate sui cittadini le perdite delle banche, finanziandole senza misura, dal momento in cui &amp;egrave; apparso ben chiaro che la bolla speculativa dei derivati, dei titoli spazzatura, dei fondi speculativi ad alto rischio, aveva di fatto cancellato la maggior parte delle risorse reali del sistema finanziario internazionale.&lt;br /&gt;&amp;Egrave; sintomatico notare infatti che sui cosiddetti mercati finanziari aperti non si riuscivano pi&amp;ugrave; a reperire risorse, per l\'ovvia circostanza appunto che chi doveva sapere era perfettamente edotto del fatto che, esplosa la bolla dei mutui &lt;em&gt;subprime&lt;/em&gt;, nessuno era pi&amp;ugrave; disponibile a sostenere ulteriormente il gioco: questo spiega la vampata speculativa del 2008 sulle &lt;em&gt;commodities&lt;/em&gt; agricole ed energetiche, ad esempio, e la corsa ai titoli di Stato ovunque nel mondo - come soli strumenti di rifugio per i capitali speculativi superstiti.&lt;br /&gt;&amp;Egrave; del pari sintomatico il fatto che, come hanno documentato una nutrita serie di articoli del &lt;em&gt;Sole 24 Ore&lt;/em&gt; italiano nel corso del 2011, la speculazione non si &amp;egrave; affatto arrestata, ed anzi i volumi delle transazioni speculative si sono rapidamente riavvicinati a quelli prima della crisi: prova evidente del fatto che la copertura offerta dalla Fed e dalle altre istituzioni cosiddette &quot;pubbliche&quot; (che, come abbiamo appena visto, in realt&amp;agrave; tali non sono), &amp;egrave; stata perfettamente compresa, nel suo significato politico, dalla speculazione. Per cui si poteva continuare su questa strada senza rischi eccessivi: il cosiddetto prestatore &quot;di ultima istanza&quot; era pronto a coprire le perdite delle banche, attingendo alle tasche dei cittadini.&lt;br /&gt;La Fed, e le altre istituzioni &quot;centrali&quot;, hanno quindi rappresentato il necessario punto tecnico di passaggio per trasformare la bolla speculativa in debito pubblico, cio&amp;egrave; debito di tutti i cittadini. La scelta politica &amp;egrave; chiaramente dimostrata dal reportage di Keoun e Kuntz: con quei 1.200 miliardi di dollari si sarebbero potuti riscattare tranquillamente, per decisione pubblica, tutti i mutui incagliati delle famiglie americane. Era quindi tecnicamente possibile sanare i debiti dei cittadini (come anticamente fece Solone ad Atene con la &lt;em&gt;seisachteia&lt;/em&gt;, per ricostituire pace e dignit&amp;agrave; civile nella citt&amp;agrave;), invece di finanziarie quelli delle banche: si &amp;egrave; preferito stigmatizzare l\'irresponsabilit&amp;agrave; dei cittadini indebitati, dimenticando che, in un sistema economico moralmente sano, la responsabilit&amp;agrave; maggiore &amp;egrave; certamente di chi offre denaro a chi sa essere impossibilitato a pagare, soprattutto quando chi lo offre, offre denaro non suo, come nel caso dei raffinati strumenti speculativi costruiti nel corso degli ultimi due decenni.&lt;br /&gt;La Fed, quindi, ha creato moneta nei modi gi&amp;agrave; descritti nel 1960 da Wright Patman, presidente dello &lt;em&gt;House Banking and Currency Committee&lt;/em&gt; americano, che definiva la Federal Reserve una&lt;em&gt; total money-making machine&lt;/em&gt; (una macchina stampa-soldi totale) e scriveva: &quot;Quando la Federal Reserve scrive un assegno per comprare buoni del tesoro fa esattamente quello che fanno tutte le banche, creare puramente e semplicemente moneta scrivendo un assegno&quot;. Patman sapeva bene quello che diceva, dato che il 30 settembre 1941, nel corso di un\'audizione della commissione da lui presieduta, si era svolto questo dialogo tra lui ed il governatore della Federal Bank of New York, Marriner Eccles:&lt;br /&gt;&quot;Patman: Come ha ottenuto il denaro per comprare questi due miliardi di dollari in buoni del Tesoro americano nel 1933?&lt;br /&gt;Eccles: Li abbiamo creati.&lt;br /&gt;Patman: Da dove?&lt;br /&gt;Eccles: Dal diritto di fornire denaro per il credito (&lt;em&gt;to issue credit money&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;Patman: E non c\'era altro dietro questo denaro, non &amp;egrave; vero, a parte il credito del nostro governo?&lt;br /&gt;Eccles: Questo &amp;egrave; il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fossero debiti, non ci sarebbe denaro.&quot;&lt;br /&gt;Il fatto &amp;egrave; che questo debito, proprio a motivo della garanzia offerta dagli Stati, diventa debito di tutti i cittadini produttivi, aggiungendosi ai debiti che alcuni di essi, come nel caso dei mutui &lt;em&gt;subprime&lt;/em&gt;, possono avere inopportunamente assunto.&lt;br /&gt;Crediamo utile rendere leggibile al pubblico italiano il bel reportage di Keoun e Kuntz, nel momento in cui i provvedimenti che gli Stati europei stanno adottando andranno a riversare su tutti noi il peso delle perdite della speculazione dell\'alta finanza internazionale, trasformato in debito pubblico attraverso gli abituali meccanismi moderni di creazione della moneta. Risulter&amp;agrave; in tal modo, speriamo, pi&amp;ugrave; chiaro come, ancora una volta nella storia degli ultimi due secoli, la speculazione debba essere riscattata dal lavoro onesto di quanti non dispongono del potere di creare moneta, il potere che solo tiene ancora in piedi, nonostante pi&amp;ugrave; di un secolo di fallimenti, l\'aristocrazia di Wall Street, il potere che senza merito la rende, come abbiamo visto altrove, &lt;a href=\&quot;http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=301&amp;amp;tema=Economia\&quot;&gt;masters of the universe&lt;/a&gt; .&lt;br /&gt;Speriamo che da letture come questa cominci a diffondersi fra i cittadini una domanda semplice ma essenziale: perch&amp;eacute; mai il potere di battere moneta non viene affidato al lavoro, invece che all\'aristocrazia della speculazione?&lt;/div&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L\'aristocrazia di Wall Street ha ottenuto 1200 miliardi di dollari dalla Fed in prestiti segreti&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Bradley Keoun, Phil Kuntz - &lt;em&gt;Bloomberg&lt;/em&gt;, 22 agosto 2011&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;Citygroup e Bank of America erano i campioni incontrastati delle finanza, nel 2006, quando i valori americani erano al loro massimo, al primo posto fra le 10 maggiori banche e societ&amp;agrave; finanziarie americane nel migliore anno dei loro profitti, giunti a 104 miliardi di dollari.&lt;br /&gt;Nel 2008, il collasso del mercato immobiliare ha costretto queste aziende a prendere prestiti di emergenza dalla Federal Reserve Usa per un ammontare di sei volte quei profitti, pari a ben 669 miliardi di dollari. I prestiti fanno sembrare niente i 160 miliardi di dollari che le &lt;em&gt;top ten&lt;/em&gt; hanno ottenuto dal Tesoro degli Stati Uniti, nonostante fino ad ora l\'intero ammontare di questi aiuti sia rimasto segreto.&lt;br /&gt;Nello sforzo senza precedenti del presidente della Fed, Ben S. Bernanke, di evitare che l\'economia precipitasse nella depressione, sono stati inclusi 1.200 miliardi di dollari di denaro pubblico per banche ed altre societ&amp;agrave; finanziarie, quasi la stessa cifra di cui le famiglie americane sono attualmente debitrici a fronte di 6,5 milioni di mutui truffaldini e fallimentari. Il pi&amp;ugrave; grande beneficiario, Morgan Stanley, ha percepito 107,3 milioni di dollari, mentre Citygroup ne ha presi 99,5 e Bank of America 91,4, secondo l\'elenco che Bloomberg News ha ottenuto grazie alla richiesta ai sensi del &lt;em&gt;Freedom of Information Act&lt;/em&gt;, a mesi di cause e ad un atto del Congresso.&lt;br /&gt;&quot;Sono tutte cifre enormi&quot;, dice Robert Litan, ex funzionario del ministero della giustizia che nel 1990 ha fatto parte di una commissione che indagava sulle cause della crisi dei prestiti e delle assicurazioni. &quot;Stiamo parlando dell\'aristocrazia della finanza americana che va in malora senza il denaro federale&quot;.&lt;br /&gt;Non si tratta solo di finanza americana. Almeno met&amp;agrave; dei 30 maggiori beneficiari in ordine di valore massimo sono banche europee. Comprendono infatti la Royal Bank of Scotland di Edimburgo, che ha ottenuto in totale 84,5 miliardi di dollari, il maggiore beneficiario non statunitense, la Ubs di Zurigo, con 77,2 miliardi. La tedesca Hypo Real Estate ha ottenuto altri 28,7 miliardi, una media di 21 milioni di dollari per ognuno dei suoi 1.366 dipendenti. I maggiori beneficiari comprendono anche Dexia, la maggiore banca belga per capitalizzazione e la Soci&amp;eacute;t&amp;eacute; G&amp;eacute;n&amp;eacute;rale, con sede a Parigi, la cui crescita del valore di contro-assicurazione delle sue azioni lo scorso mese ha fatto pensare che gli investitori stessero speculando sul fatto che il dilagare della crisi del debito sovrano in Europa poteva aumentare le sue possibilit&amp;agrave; di fallimento.&lt;br /&gt;Il picco di 1.200 miliardi di dollari del 5 dicembre 2008 (risultante dai sette programmi di intervento conteggiati da Bloomberg) era almeno tre volte il deficit federale Usa di quell\'anno, superiore al totale delle entrate delle banche assicurate dal governo americano nel decennio 2000 - 2010, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Questo totale &amp;egrave; oltre 25 volte il massimo ammontare dei prestiti della Fed, 46 miliardi di dollari il 12 settembre 2001, cio&amp;egrave; il giorno dopo l\'attacco terroristico al World Trade Center di New York ed al Pentagono. Calcolato in biglietti da un dollaro, i 1.200 miliardi di dollari riempirebbero 539 piscine olimpioniche.&lt;br /&gt;La Fed ha dichiarato &quot;nessuna perdita dai prestiti&quot; in nessuno dei suoi programmi di emergenza, e una relazione dell\'ufficio della Federal Reserve Bank di New York [una delle banche Usa che compongono la Fed americana, N.d.T.] afferma che la banca centrale ha guadagnato 13 miliardi di interessi e commissioni dal programma di aiuti, dall\'agosto 2007 al dicembre 2009.&lt;br /&gt;&quot;Abbiamo concepito i nostri come programmi di emergenza ad ampio raggio, sia per contenere efficacemente la crisi sia per ridurre il rischio dei contribuenti americani&quot;, dice James Cloude, vice-direttore del dipartimento affari monetari della Fed a Washington. &quot;Quasi tutti i nostri programmi di prestito di emergenza sono stati conclusi. Non abbiamo avuto e non ci attendiamo perdite&quot;.&lt;br /&gt;Se &amp;egrave; vero che la recessione americana di diciotto mesi, conclusasi nel giugno 2009 con una riduzione di 5,1 punti percentuale nel Pil, non &amp;egrave; nemmeno lontanamente paragonabile con il calo di ben il 27 per cento di quella di quattro anni fra l\'agosto 1929 ed il marzo 1933 [si tratta del periodo iniziale della &lt;em&gt;Grande Depressione&lt;/em&gt; che colp&amp;igrave; gli Usa e il mondo occidentale, tuttora considerata la pi&amp;ugrave; grave crisi del capitalismo occidentale, NdT], le banche e l\'economia restano sotto stress.  Le probabilit&amp;agrave; di una nuova recessione sono aumentate nel corso degli ultimi sei mesi, secondo cinque degli economisti del Business Cycle Dating Commitee del National Bureau of Economic Research, un gruppo di valutazione accademico che elabora stime sulle recessioni.&lt;br /&gt;Il costo della contro-assicurazione sulle azioni della Bank of America &amp;egrave; aumentato la scorsa settimana fino a 342.040 dollari, per un anno di copertura su 10 miliardi di dollari di debito, al di sopra di quanto era valutata la contro-assicurazione per le azioni Lehman Brothers all\'inizio della settimana prima del suo fallimento. Le azioni di Citygroup vengono trattate al di sotto del prezzo medio di aggiustamento di 28 dollari che avevano raggiunto nel gennaio 2009, quando i prestiti della Fed sono arrivati al loro picco. Il tasso di disoccupazione Usa &amp;egrave; stato in luglio del 9,1 per cento, rispetto al 4,7 per cento del novembre 2007, vale a dire prima dell\'inizio della recessione. La famiglie americane sono in ritardo di oltre trenta giorni nel pagamento dei loro mutui nel caso di 4,38 milioni di immobili negli Usa; altri, 2,16 milioni di propriet&amp;agrave; sono pignorate, rappresentando un capitale non restituito di 1,27 miliardi di dollari, secondo Lender Processing Services, una societ&amp;agrave; di Jacksonville in Florida.&lt;br /&gt;&quot;Per quale mai ragione la Fed sembra in grado di trovare il modo di aiutare queste istituzioni, che sono gigantesche?&quot;, ha dichiarato il 1&amp;deg; giugno scorso Walter B. Jones, deputato repubblicano della North Carolina nel corso di una audizione a Washington sulle rivelazioni sui prestiti della Fed. &quot;Queste banche hanno ottenuto aiuti quando la media degli imprenditori da noi nella North Carolina orientale, e probabilmente ovunque in America, non riesce nemmeno ad ottenere un prestito da una banca con cui lavorano da 15 o 20 anni!&quot;.&lt;br /&gt;Le dimensioni effettive dei prestiti della Fed riaprono la questione dei requisiti minimi di liquidit&amp;agrave; che i regolatori globali hanno concordato di imporre per la prima volta alle banche, dice Litan, ora vice presidente della Fondazione Kauffman, con sede a Kansas City nel Missouri, che sostiene la ricerca imprenditoriale. La liquidit&amp;agrave; fa riferimento ai fondi di cui le banche necessitano quotidianamente per operare, compreso il denaro contante per coprire eventuali ritiri di depositi da parte dei correntisti.&lt;br /&gt;Le regole, che impongono alle banche di tenere denaro contante e patrimoni immediatamente smobilizzabili per affrontare una crisi di 30 giorni, non entrer&amp;agrave; in vigore fino al 2015. Un altro requisito richiesto ai prestatori, vale a dire la &quot;stabile disponibilit&amp;agrave; di fondi&quot; per un lasso di tempo di un anno &amp;egrave; stato rinviato fino almeno al 2018, dopo che le banche hanno dimostrato che avrebbero dovuto contrarre nuovi debiti a lungo termine per 6 miliardi di dollari per soddisfare questo requisito.&lt;br /&gt;I decisori &quot;non stanno andando abbastanza avanti per evitare che tutto ci&amp;ograve; capiti di nuovo&quot;, dice Kenneth Rogoff, un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e ora professore di economia all\'Universit&amp;agrave; di Harvard.&lt;br /&gt;Le riforme adottate dall\'inizio della crisi potrebbero non essere in grado di isolare i mercati e le istituzioni finanziarie americane dalla crisi del bilancio e del debito pubblico che stanno affrontando Grecia, Irlanda e Portogallo, secondo il Financial Stability Oversight Council americano, un\'organismo di dieci membri creato con il Dodd-Frank Act, guidato dal Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner. &quot;La recente crisi finanziaria fornisce un\'efficace dimostrazione di quanto rapidamente si possa erodere la fiducia e di come il contagio finanziario possa diffondersi&quot;, ha scritto il Council in un suo rapporto del 26 luglio scorso.&lt;br /&gt;Qualsiasi nuovo intervento di aiuto da parte della banca centrale statunitense dovrebbe essere governato dalle normative sulla trasparenza adottate nel 2010, che impongono alla Fed di rendere noti dopo due anni i nomi delle istituzioni beneficiarie dei suoi prestiti. I funzionari della Fed hanno sostenuto per pi&amp;ugrave; di due anni che indicare le identit&amp;agrave; dei beneficiari e le condizioni dei prestiti avrebbe messo le banche in cattiva luce, influenzando negativamente i prezzi delle azioni o provocando una corsa al ritiro dei fondi da parte dei correntisti. Un gruppo delle pi&amp;ugrave; grandi banche commerciali ha chiesto lo scorso anno alla Corte Suprema degli Stati Uniti di mantenere almeno in parte il segreto sui prestiti della Fed. In marzo, l\'alta corte ha respinto la richiesta di appello e la banca centrale ha rilasciato una quantit&amp;agrave; di informazioni senza precedenti.&lt;br /&gt;I dati, presi qua e l&amp;agrave; tra le 29.346 pagine di documenti ottenute sulla base del Freedom of Information Act e da altre basi di dati relative a oltre 21.000 transazioni, rendono chiaro per la prima volta quanto profondamente le maggiori banche mondiali dipendano dalla banca centrale americana per evitare crisi di liquidit&amp;agrave;. Anche se le societ&amp;agrave; finanziarie hanno sempre sostenuto nei loro comunicati stampa e nelle loro audizioni di disporre di ampia liquidit&amp;agrave;, esse in realt&amp;agrave; ottenevano in segreto fondi dalla Fed, per evitare di essere bollate come deboli.&lt;br /&gt;Due settimane dopo la bancarotta della Lehman, nel settembre 2008, Morgan Stanley, per contrastare le preoccupazioni secondo cui sarebbe stata la prossima a fallire, annunci&amp;ograve; &quot;di avere solide posizioni di capitalizzazione e liquidit&amp;agrave;&quot;. L\'affermazione, contenuta in un comunicato stampa del 29 settembre 2008, relativa ad un investimento di 9 miliardi di dollari da parte della Mitsubishi UFJ di Tokio, non faceva alcun cenno ai prestiti della Fed a Morgan Stanley.&lt;br /&gt;Era lo stesso giorno del picco di 107,3 miliardi di dollari di prestiti dalla banca centrale, per cui era questa la fonte di praticamente tutta la liquidit&amp;agrave; a disposizione della Morgan Stanley, secondo i dati ed i documenti resi pubblici oltre due anni pi&amp;ugrave; tardi dalla Financial Crisis Inquiry Commission. Il suo ammontare era tre volte i profitti complessivi della societ&amp;agrave; nel corso del decennio precedente, come mostrano i dati elaborati da Bloomberg.&lt;br /&gt;Mark Lake, portavoce di Morgan Stanley di New York, afferma che la crisi ha fatto s&amp;igrave; che l\'industria &quot;riconsiderasse dalle fondamenta&quot; il proprio modo di gestire il contante. &quot;Abbiamo tenuto conto delle lezioni apprese in quel periodo e le abbiamo applicate al nostro programma di gestione della liquidit&amp;agrave; per proteggere l\'operativit&amp;agrave; sia degli agenti sia dei clienti&quot;, sostiene Lake. Non ha voluto dire che tipo di cambiamenti la banca ha messo in atto.&lt;br /&gt;Nella maggior parte dei casi, la Fed ha richiesto garanzie: buoni del tesoro, azioni di aziende o titoli garantiti da mutui, che potessero essere confiscate e vendute nel caso in cui il denaro non venisse restituito. Ci&amp;ograve; significava che il maggior rischio per la banca centrale era che le garanzie offerte dalle banche, in caso di fallimento, avrebbero avuto un valore inferiore a quanto ottenuto in prestito.&lt;br /&gt;Via via che la crisi si acuiva, la Fed ha allentato i suoi standard di stima sulle garanzie ritenute accettabili. Di norma, la banca centrale accetta solo titoli con il maggiore livello di affidabilit&amp;agrave;, come i buoni del tesoro Usa. Alla fine del 2008, accettava anche &lt;em&gt;junk bonds &lt;/em&gt;[i cosiddetti &quot;titoli spazzatura&quot;, basati su crediti considerati non pi&amp;ugrave; esigibili, per lo pi&amp;ugrave; derivanti dalla bolla dei mutui immobiliari accesi da debitori non in grado di onorarli, NdT], quelle considerate al di sotto del valore minimo. Arriv&amp;ograve; a includere azioni della banca, che sono le prime a perdere di valore in caso di una sua liquidazione.&lt;br /&gt;Morgan Stanley ottenne prestiti per 61,3 miliardi di dollari da un programma della Fed nel settembre 2008, fornendo garanzie per 66,5 miliardi di dollari, secondo i documenti della Fed. Le garanzia offerte comprendevano 21,5 miliardi di azioni, 6,68 miliardi di titoli a bassissimo rating e 19,5 miliardi di beni con &quot;rating sconosciuto&quot;, secondo i documenti. Circa il 25 per cento delle garanzie erano a prevalenza estera.&lt;br /&gt;&quot;Quello che state vedendo &amp;egrave; la disponibilit&amp;agrave; a fare prestiti a fronte praticamente di niente&quot;, dice Robert Eisenbeis, ex direttore della Federal Reserve Bank di Atlanta e ora capo economista monetario ad Atlanta della Cumberland Advisors, con sede in Sarasota, Florida. L\'assenza di alternative sul mercato privato mostra quanto fossero scettici i partner commerciali ed i correntisti sul valore dei capitali e delle garanzie bancarie, dice Eisenbeis.&lt;br /&gt;&quot;I mercati erano proprio completamente chiusi&quot;, dice Tanya Azachars, ex capo della analisi bancaria di Standard &amp;amp; Poor\'s e attualmente consulente indipendente di Briarcliff Manor di New York. &quot;Se avevate bisogno di liquidit&amp;agrave;, c\'era un posto solo dove andare&quot;.&lt;br /&gt;Persino banche che sono sopravvissute alla crisi senza iniezioni di capitali governativi sfruttavano i programmi di aiuto della Fed garantiti confidenzialmente. La Barclays di Londra ottenne 64,9 miliardi di dollari, la Deutsche Bank di Francoforte 66 miliardi. Sarah MacDonald, portavoce di Barclays, e John Gallagher, portavoce di Deutsche Bank, si sono rifiutati di rilasciare commenti.&lt;br /&gt;Mentre i programmi di prestito di ultima istanza in genere applicano ratei di interesse al di sopra dei valori di mercato, per evitare che la richiesta di questo tipo di prestiti divenga abituale, questa pratica fu interrotta durante la crisi. Il 20 ottobre 2008, ad esempio, la banca centrale fu pronta a fornire un prestito di 113,3 miliardi di dollari per 28 giorni sulla base del programma Term Auction Facility al tasso dell\'1,1 per cento, secondo una notizia di stampa. Il tasso era inferiore di un terzo rispetto al 3,8 per cento che le banche praticavano reciprocamente per prestiti di un mese in quel giorno. La Bank of America e Wachovia ottennero ciascuna 15 miliardi di dollari all\'1,1 per cento dei prestiti TAF, seguite dalla unit&amp;agrave; RBS Citizens Nord America della Royal Bank of Scotland, che ottenne 10 miliardi di dollari, come mostrano i dati Fed.&lt;br /&gt;JPMorgan Chase, prestatore che ha vantato il suo &quot;bilancio solido come una fortezza&quot; almeno sedici volte in comunicati e conferenze stampa, dall\'ottobre 2007 al febbraio 2010, ottenne 48 miliardi di dollari nel febbraio 2009 in base al TAF. Lo strumento, creato nel dicembre 2007, fu una temporanea alternativa alla &lt;em&gt;discount window&lt;/em&gt;, il programma, antico di 97 anni, concepito per aiutare le banche in caso di crisi di liquidit&amp;agrave;. &lt;br /&gt;Goldman Sachs, che nel 2007 era la compagnia di assicurazioni finanziarie pi&amp;ugrave; redditiva di Wall Street, prese in prestito 69 miliardi di dollari dalla Fed il 31 dicembre 2008. Tra i programmi che la Goldman Sachs di New York ha utilizzato dopo la bancarotta della Lehman c\'&amp;egrave; stato il Primary Dealer Credit Facility (PDCF), concepito per prestare denaro a societ&amp;agrave; di intermediazione non autorizzate ad utilizzare i programmi di prestito alle banche della Fed. Michael Duvally, portavoce della Goldman Sachs, si &amp;egrave; rifiutato di commentare.&lt;br /&gt;I salvagenti Fed per la liquidit&amp;agrave; possono accrescere la possibilit&amp;agrave; che le banche si assumano rischi eccessivi con il denaro ottenuto in prestito, sostiene Rogoff. Un tale fenomeno, noto come rischio morale (&lt;em&gt;moral hazard&lt;/em&gt;), si verifica se le banche ritengono che la Fed sar&amp;agrave; anche allora pronta a supportarle, afferma. La dimensione dei prestiti alle banche &quot;mostra certamente che gli interventi di salvataggio della Fed erano su diversi piani molto pi&amp;ugrave; ampi del TARP&quot;, dice Rogoff.&lt;br /&gt;Il TARP &amp;egrave; il Troubled Asset Relief Program del ministero del Tesoro, un fondo di intervento per le banche di 700 miliardi di dollari, che ha fornito iniezioni di capitale per 45 miliardi di dollari ciascuna a Citygroup e Bank of America e di 10 miliardi di dollari a Morgan Stanley. Dato che la gran parte degli investimenti del Tesoro erano realizzati in forma di titoli privilegiati, venivano considerati pi&amp;ugrave; rischiosi dei prestiti della Fed, un tipo di debito pi&amp;ugrave; impegnativo.&lt;br /&gt;A dicembre 2010, in risposta al Dodd-Frank Act, la Fed rese note 18 basi di dati contenenti il dettaglio dei suoi programmi temporanei di prestiti di emergenza. Il Congresso ne richiese la pubblicazione dopo che la Fed nel 2008 aveva respinto la richiesta, da parte del reporter di Bloomberg News Mark Pittman e di altre societ&amp;agrave; di mass-media che cercavano di conoscere i dettagli dei suoi prestiti, sulla base del Freedom of Information Act. Dopo avere lottato per tenere questi dati segreti, la banca centrale ha reso pubbliche informazioni senza precedenti sulla propria &lt;em&gt;discount window&lt;/em&gt; [&quot;finestra di sconto&quot;, lo strumento di prestito, in genere a breve termine, che la Fed e altre cosiddette banche centrali mettono a disposizione di selezionate istituzioni bancarie private, NdT] e su altri programmi, in forza di un ordine del tribunale nel marzo 2011.&lt;br /&gt;Bloomberg News ha collegato le basi di dati disponibili a dicembre e luglio con le registrazioni della &lt;em&gt;discount window&lt;/em&gt; rilasciate a marzo, per ottenere i totali giornalieri delle banche nel corso di tutti i programmi, inclusi lo Asset-Backed Commercial Paper Money Market Mutual Fund Liquidity Facility, il Commercial Paper Funding Facility, la&lt;em&gt; discount window&lt;/em&gt;, il PDCF, il TAF, il Term Securities Lending Facility e le operazioni singole su mercato aperto. Questi programmi hanno fornito risorse dall\'agosto 2007 all\'aprile 2010.&lt;br /&gt;Il risultato &amp;egrave; una linea temporale che mostra come la crisi del credito si sia diffusa da una banca all\'altra via via che il contagio finanziario si andava espandendo. I prestiti che la Soci&amp;eacute;t&amp;eacute; G&amp;eacute;n&amp;eacute;rale, la seconda banca francese, ottenne dalla Fed toccarono un massimo di 17,4 miliardi, nel maggio 2008, quattro mesi dopo che l\'istituzione con sede a Parigi aveva annunciato un record di perdite di 4,9 miliardi di euro (7,2 miliardi di dollari) a causa delle scommesse non autorizzate, da parte del trader Jerome Kerviel, sui futures basati sugli indici di borsa.&lt;br /&gt;Il picco massimo per Morgan Stanley si verific&amp;ograve; quattro mesi pi&amp;ugrave; tardi, dopo la bancarotta della Lehman. La Citigroup, insieme ad altre 43 banche, lo raggiunsero nel gennaio 2009, il mese di maggior prelievo durante l\'intera crisi. Quello della Bank of America si verific&amp;ograve; due mesi dopo. Sedici banche, incluse Beal Financial di Plano, nel Texas, EverBank Financial di Jacksonville, Florida, toccarono il loro apice non prima del febbraio o marzo del 2010.&lt;br /&gt;&quot;In nessun momento ci furono rischi materiali per la Fed o per i contribuenti, dato che i prestiti richiedevano garanzie&quot;, dice Reshma Fernandes, portavoce di EverBank, che ottenne 250 miliardi di dollari di prestiti. Le banche hanno massimizzato i loro prelievi utilizzando le loro sussidiarie, per utilizzare simultaneamente pi&amp;ugrave; programmi della Fed. Nel marzo 2009, la Bank of America di Charlotte nella Carolina del Nord ottenne 78 miliardi di dollari attraverso due filiali della banca e 11,8 miliardi di dollari da altri due programmi attraverso il suo intermediario, la Bank of America Securities.&lt;br /&gt;Le banche inoltre hanno anche cambiato tipo di programma fra quelli attivati dalla Fed. Molte hanno preferito il TAF perch&amp;eacute; era meno legato all\'immagine negative associata con la &lt;em&gt;discount window&lt;/em&gt;, spesso considerata l\'ultima spiaggia per i prestatori in difficolt&amp;agrave;, secondo un documento del gennaio 2011 dei ricercatori della Fed di New York.&lt;br /&gt;Dopo la bancarotta della Lehman, gli&lt;em&gt; hedge fund&lt;/em&gt; [fondi speculativi ad alto rischio, NdT] cominciarono a portar via il loro denaro dalla Morgan Stanley, temendo che potesse essere prossima al collasso, afferma in un rapporto di gennaio la Financial Crisis Inquiry Commission, citando interviste dell\'ex direttore generale John Mack e dell\'allora tesoriere David Wong.&lt;br /&gt;I prestiti alla Morgan Stanley da parte del PDCF dal 14 settembre [2008] crebbero fino a 61,3 miliardi di dollari del 29 settembre. Nello stesso tempo, i suoi prestiti con il programma TSLF salirono da 3,5 a 36 miliardi di dollari. Il rapporto della tesoreria di Morgan Stanley reso pubblico dal FCIC mostra che la societ&amp;agrave; aveva 99,8 miliardi di dollari di liquidit&amp;agrave; il 29 settembre, una cifra che comprendeva i prestiti della Fed.&lt;br /&gt;&quot;I flussi di contante si stavano tutti prosciugando&quot;, dice Roger Lister, un ex economista della Fed che &amp;egrave; ora a capo della sezione istituzioni finanziare della societ&amp;agrave; di rating bancario DBRS di New York. &quot;Avevano abbastanza risorse per far fronte a questa situazione? La risposta avrebbe potuto essere positiva, ma avevano bisogno della Fed&quot;.&lt;br /&gt;Mentre le richieste della Morgan Stanley erano le pi&amp;ugrave; pressanti, Citigroup era, tra le banche Usa, il pi&amp;ugrave; cronico utilizzatore di quei fondi. La banca, con sede a New York, ottenne prestiti per 10 miliardi di dollari dal TAF nel primo giorno di attivazione del programma, nel dicembre 2007, e raggiunse i 25 miliardi di dollari, tra tutti i programmi, nel maggio 2008, secondo i dati della Bloomberg.&lt;br /&gt;Il 21 novembre, quando la Citigroup inizi&amp;ograve; i suoi colloqui con il governo per ottenere 20 miliardi di dollari di iniezioni di capitale, in aggiunta ai 25 miliardi che aveva ricevuto un mese prima, i suoi prestiti dalla Fed erano raddoppiati a circa 50 miliardi di dollari. Nei due mesi successivi, questo totale raddoppi&amp;ograve; ancora. Il 20 gennaio, quando le sue azioni crollarono sotto i 3 dollari, per la prima volta in sedici anni, a causa della paura degli investitori che la base di capitalizzazione della banca fosse inadeguata, Citigroup stava utilizzando sei programmi della Fed contemporaneamente. Il totale dei prestiti contratti superava il doppio del budget del ministero americano dell\'Educazione del 2011.&lt;br /&gt;&quot;Citibank &amp;egrave; stata fondamentalmente sostenuta dalla Fed per un lungo arco di tempo&quot;, dice Richard Harring, professore di scienza delle finanze all\'Universit&amp;agrave; della Pensilvania di Filadelfia, che ha studiato le crisi finanziarie. Jon Diat, portavoce della Citigroup, afferma che la banca ha utilizzato i programmi che &quot;raggiungevano l\'obiettivo di diffondere fiducia nei mercati&quot;. L\'amministratore delegato di JPMorgan, Jemie Dimon, scriveva in una lettera agli azionisti dello scorso anno che la sua banca ha evitato di utilizzare molti programmi governativi. Abbiamo usato TAF, dice Dimon nella sua lettera, &quot;ma questo &amp;egrave; avvenuto su richiesta della Fed, per aiutarla a spingere gli altri a utilizzare il sistema&quot;. La banca, la seconda negli Usa per dimensioni patrimoniali, ha utilizzato il TAF per la prima volta nel maggio 2008, sei mesi dopo che il programma aveva avuto inizio, per poi azzerare i propri prestiti nel settembre 2008. Il mese dopo, cominci&amp;ograve; di nuovo ad usare il TAF. Il 26 febbraio 2009, oltre un anno dopo la creazione del TAF, i prestiti a JPMorgan da parte di questo programma salirono a 48 miliardi di dollari. Quel giorno, il bilancio totale di tutte le banche tocc&amp;ograve; il suo apice, con 493,2 miliardi di dollari. Due settimane dopo, le cifre cominciarono a ridursi. &quot;Il nostro primo commento &amp;egrave; corretto&quot;, dice Howard Opinsky, portavoce di JPMorgan.&lt;br /&gt;Herring, il gi&amp;agrave; ricordato professore dell\'Universit&amp;agrave; della Pensilvania, afferma che alcune banche possono avere usato il programma per massimizzare i propri profitti prendendo in prestito denaro &quot;dalla fonte pi&amp;ugrave; economica, perch&amp;eacute; si riteneva che ci&amp;ograve; sarebbe rimasto segreto e mai reso pubblico&quot;.&lt;br /&gt;Se le banche hanno avuto bisogno del denaro della Fed per sopravvivere o se l\'hanno utilizzato perch&amp;eacute; offriva tassi di interesse vantaggiosi, il ruolo di prestatore di ultima istanza delle banche della Fed trasforma in un disastro la politica di libera assicurazione verso le banche sulla disponibilit&amp;agrave; di fondi, dice Herring.&lt;br /&gt;Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso ottobre sostiene che i regolatori dovrebbero considerare la possibilit&amp;agrave; di far pagare alle banche un costo per avere diritto di accesso ai fondi della banca centrale.&lt;br /&gt;&quot;L\'ampiezza degli interventi pubblici &amp;egrave; la prova pi&amp;ugrave; evidente che i rischi di liquidit&amp;agrave; del sistema sono stati sottostimati e sottovalutati sia dal settore privato che da quello pubblico&quot;, afferma il FMI in uno specifico rapporto dell\'aprile 2011. L\'accesso al sostegno della Fed, &quot;porta a correre rischi maggiori&quot;, dice Herring. &quot;Se non esistesse, non si correrebbero i rischi che possono creare difficolt&amp;agrave; e che richiedono di accedere a questo tipo di finanziamento&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;(traduzione italiana a cura di G.C.)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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        <dc:creator>G. Colonna</dc:creator>
        <title>Padroni dell\'universo e sovranità dei popoli: il caso BlackRock</title>
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        <description>&lt;div align=\&quot;justify\&quot;&gt;In queste settimane, e probabilmente ancor di pi&amp;ugrave; nei prossimi mesi, la questione di chi controlla l\'economia mondiale potrebbe diventare argomento frequente di discussione. Clarissa da anni sta cercando di fornire analisi che le persone comuni possano agevolmente seguire e che possano risultare di stimolo ad ulteriori approfondimenti. I nostri lettori vengono in questo modo invitati ad accompagnarci in un lavoro di ricerca che sviluppiamo nella logica di quello che scriveva anni fa Ezra Pound: &quot;Resta il dovere di tentare di escogitare un\'economia sana, e di tentare di imporla con il metodo pi&amp;ugrave; violento in assoluto: far s&amp;igrave; che le gente rifletta&quot;.&lt;br /&gt;In merito al controllo dell\'attuale economia mondializzata, abbiamo scritto di recente che esso si sviluppa a partire da grandi centri finanziari - un\'espressione questa che, se non spiegata in modo concreto, rischia suggerire al comune cittadino l\'immagine di oscuri burattinai che tirano i fili delle speculazioni che ogni giorno spostano per il mondo migliaia di miliardi, distruggendo in pochi secondi, come accaduto anche nella Borsa italiana nelle ultime settimane, la ricchezza prodotta col lavoro di popoli interi. In realt&amp;agrave;, il solo vantaggio di oggi &amp;egrave; che queste forze si mostrano con estrema evidenza, per cui basta applicarsi con attenzione per comprendere come esse operano in concreto.&lt;br /&gt;C\'&amp;egrave; un\'espressione inglese che viene usata di frequente dagli addetti ai lavori:&lt;em&gt; masters of the universe&lt;/em&gt;, &quot;padroni dell\'universo&quot;, per definire il potere dei grandi gruppi finanziari mondiali. Per farne comprendere la portata, faremo un caso concreto, senza con questo voler attirare su di un nome l\'odio o il risentimento di nessuno, semplicemente per illustrare come la potenza del denaro speculativo abbia raggiunto dimensioni e capacit&amp;agrave; mai viste nella storia.&lt;br /&gt;BlackRock, l\'esempio che proponiamo, &amp;egrave; una societ&amp;agrave; americana con sede a New York che, al 31 marzo 2011, dispone di 9.300 dipendenti, dislocati in 26 Paesi del mondo in Nord e Sud America, Europa, Asia, Australia, Medio Oriente ed Africa. Il suo attuale amministratore delegato &amp;egrave; Laurence D. Fink, che ne &amp;egrave; stato anche il fondatore, nel 1988. Fink, quando lavorava alla First Boston, una delle principali banche americane, ebbe un\'intuizione fondamentale, che lo rende uno dei precursori del sistema dei titoli derivati basati sui mutui ipotecari: si rese conto infatti che le banche avrebbero potuto creare, coi crediti immobiliari presenti nel proprio portafoglio, un nuovo tipo di prodotto da collocare sui mercati finanziari, creando cio&amp;egrave; proprio quel mercato che &amp;egrave; stato all\'origine del crack finanziario dell\'estate del 2007 e del successivo dilagare dell\'attuale crisi internazionale.&lt;br /&gt;Ai primi successi che permisero a Fink di far guadagnare alla First Boston cento milioni di dollari in soli tre mesi, seguirono delle perdite consistenti, che portarono al licenziamento dello stesso Fink, il quale per&amp;ograve;, grazie a questa esperienza non del tutto positiva, aveva maturato un\'idea ancora pi&amp;ugrave; stimolante: proprio rispetto all\'altissima rischiosit&amp;agrave; dei nuovi prodotti finanziari, che negli anni Novanta avrebbero avuto un vero e proprio boom, egli aveva conoscenze dei meccanismi sottostanti ideali per offrire agli investitori indicazioni in grado di ottimizzare i guadagni e ridurre i rischi. &quot;Wall Strett - scrive Heike Buchter su &lt;em&gt;Die Zeit&lt;/em&gt;, &amp;egrave; divisa in due gruppi: il &lt;em&gt;sell side &lt;/em&gt;cio&amp;egrave; le banche, che confezionano e vendono i prodotti finanziari, e il &lt;em&gt;buy side&lt;/em&gt;, i clienti che li comprano: grandi investitori come i fondi pensione, le fondazioni, i fondi di investimento o le divisioni finanziarie delle multinazionali. (...) Fink avrebbe messo le conoscenze maturate nel &lt;em&gt;sell side&lt;/em&gt; a disposizione del &lt;em&gt;buy side&lt;/em&gt; e avrebbe valutato da esperto indipendente le offerte delle banche&quot;(1).&lt;br /&gt;In pochi anni, questo lavoro ha in realt&amp;agrave; collocato BlackRock in una posizione di controllo su entrambi i versanti della speculazione finanziaria internazionale, grazie al fatto che la societ&amp;agrave; era in grado di svolgere sia i compiti di consulenza nella valutazione e scelta dei migliori investimenti, sia nella intermediazione e nella gestione di interi pacchetti di titoli, inclusi quelli maggiormente a rischio e quindi anche maggiormente redditizi.&lt;br /&gt;Da questa posizione privilegiata, l\'azione di BlackRock non ha pi&amp;ugrave; conosciuto confini. Oggi la societ&amp;agrave; di gestione patrimoniale statunitense &amp;egrave; divenuta, ad esempio, la principale azionista della borsa tedesca (che di recente si &amp;egrave; fusa proprio con quella di New York) e controlla quote azionarie delle principali aziende della Germania: Adidas, Allianza, Basf, Deutsche Bank, le industrie farmaceutiche Merck, il produttore di materiali edili HeidelbergCement, solo per fare qualche nome. Lo stesso &amp;egrave; avvenuto anche altrove, come in Italia, a seguito di una delle pi&amp;ugrave; importanti operazioni sviluppate da BlackRock, la fusione con Barclays Global Investor, rilevata da BlackRock nell\'estate 2009 per 13,5 miliardi di dollari. Questa operazione, alla quale hanno partecipato con 2,8 miliardi di dollari anche i fondi sovrani, si noti, di Cina (Cic) e Kuwait (Kia), il super gestore Usa ha ora in portafoglio fra l\'altro il 2,7% di Eni, il 3,8% di Unicredit (dal 2,2% della sola Barclays), il 3% di Enel, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Ubi (rispetto a quote Barclays pari al 2%), il 2,9% di Generali (dal 2%) e di Fonsai, il 2,8% di Telecom e di Bulgari, il 5,8% di Mediaset (prima era sotto il 5% e diventa cos&amp;igrave; il secondo socio dopo Fininvest), il 2,7% di Fiat, il 2,2% di Atlantia e di Finmeccanica, il 3,5% di Banco Popolare (dal 2%), il 2% di Terna (2).&lt;br /&gt;Al 31 marzo 2011, BlackRock dichiara nei suoi documenti ufficiali pubblici di gestire 3.648 miliardi di dollari di patrimoni amministrati: una cifra incredibile, pari all\'intero Prodotto Interno Lordo della Germania, superiore anche a quello italiano che oltrepassa i 2.000 miliardi di dollari. Si tratta probabilmente della pi&amp;ugrave; grande azienda finanziaria della storia che, in virt&amp;ugrave; dei collegamenti con i maggiori investitori privati e istituzionali del mondo, dispone ovviamente di un potere senza equivalenti.&lt;br /&gt;In una recente occasione (3), abbiamo gi&amp;agrave; visto infatti che BlackRock detiene quote azionarie anche delle maggiori agenzie di rating, come Moody\'s e Standard&amp;amp;Poor\'s, agenzie che hanno acquisito il potere, da una parte, di valutare l\'affidabilit&amp;agrave; di banche e Stati, ma, dall\'altra, anche degli stessi prodotti che BlackRock controlla e offre ai suoi clienti, senza che questo abbia dato finora luogo a nessun tipo di reazione politica.&lt;br /&gt;Non pu&amp;ograve; sorprenderci, quindi, che la societ&amp;agrave; americana abbia acquistato in tal modo anche un peso politico senza pari, dal momento che le stesse autorit&amp;agrave; di governo si sono rivolte a lei nei momenti pi&amp;ugrave; drammatici della crisi attuale: nel marzo del 2008, ad esempio, quando &amp;egrave; stato deciso il salvataggio della Bear Stearns, l\'allora responsabile della Federal Reserve, Tim Geithner, ha chiesto alla BlackRock un rapporto sull\'esposizione dell\'istituto di credito rispetto ai famigerati &lt;em&gt;subprime&lt;/em&gt;, i titoli legati ai mutui ipotecari spazzatura; lo stesso &amp;egrave; avvenuto poco dopo, quando il governo Usa ha affidato a BlackRock il compito di gestire i titoli spazzatura di Aig, il colosso assicurativo di cui era in corso un affannoso salvataggio. Ma non basta: riportavamo infatti, nello studio che Clarissa ha dedicato nel 2008 alla crisi dei mutui, un\'altra rilevante notizia sul ruolo della BlackRock:&lt;br /&gt;&quot;Come se non bastasse, e questo forse d&amp;agrave; anche l\'idea della gravit&amp;agrave; della crisi in atto, si sta provvedendo anche diversamente, attraverso la creazione di &quot;superfondi&quot;: abbiamo notizia di uno negli Stati Uniti ed uno in Francia. J.P. Morgan, Bank of America, Citygroup intendono costituire un superfondo da 50-60 miliardi di dollari, rilevando l\'attivo di alcuni dei veicoli di investimento creati dalle banche (SIV). Si tratta di creare una sorta di Super-SIV (fonte: &lt;em&gt;International Herald Tribune&lt;/em&gt;, 15 ottobre 2007), denominato Master Liquidity Enhance Conduit e gestito dalla societ&amp;agrave; di investimenti BlackRock. Un fondo di cui sarebbe ispiratore addirittura il segretario del Tesoro Usa, Hank Paulson, gi&amp;agrave; CEO di Goldman Sachs&quot;(4).&lt;br /&gt;Vediamo bene quindi come il potere di un colosso finanziario internazionale riesca a diventare fondamentale anche sul piano politico, quando crisi come quella ancora in corso richiedono l\'intervento dello Stato e quest\'ultimo si trova obbligato a ricorrere proprio ai grandi della finanza, soprattutto in quanto, come nel caso di Paulson, segretario al Tesoro con Bush, ma anche del gi&amp;agrave; ricordato Tim Geithner, poi segretario al Tesoro Usa con Obama, uomini da tempo legati al mondo della finanza mondiale siedono nei governi come responsabili dell\'economia.&lt;br /&gt;&quot;Dopo lo scoppio della crisi, non c\'&amp;egrave; stata operazione di salvataggio a cui Fink non abbia preso parte. Agli interventi per la Bear Stearns e per l\'Aig sono seguiti altri: la BlackRock ha assistito la Federal Reserve nelle sue transazioni miliardarie con i titoli legati ai mutui ipotecari e le ha offerto una consulenza per l\'ingresso nel capitale della banca Citigroup. I suoi esperti sono stati assoldati anche per esaminare i conti dei colossi ipotecari Fannie Mac e Freddie Mac. L\'azienda inoltre ha ottenuto molti contratti di consulenza con lo Stato senza che fosse indetta una gara pubblica&quot;(5).&lt;br /&gt;Oggi, le attivit&amp;agrave; di consulenza, che ancora nel 2006 rappresentavano solo una parte insignificante delle attivit&amp;agrave; di BlackRock, contano per oltre il 20% del suo fatturato e hanno portato alla creazione di sofisticati servizi informativi come il sistema &lt;em&gt;Aladdin&lt;/em&gt;, un centro di calcolo composto da cinquemila computer dislocati in quattro localit&amp;agrave; segrete che eseguono circa duecento milioni di operazioni alla settimana, per conto di una rete di 40 clienti principali, che calcolano &quot;ogni giorno, ogni minuto e a volte anche ogni secondo il valore delle azioni, delle obbligazioni, delle monete e dei titoli di credito contenuti nei portafogli d\'investimento&quot;, allo scopo di prevedere &quot;come potrebbero variare i prezzi dei titoli se dovesse cambiare il contesto&quot;. Secondo quanto ha dichiarato a &lt;em&gt;Die Zeit&lt;/em&gt;, Rob Goldstein, il &quot;custode di Aladdin&quot;, &quot;la nostra attenzione diviene quasi maniacale quando bisogna conoscere nel dettaglio ogni singolo strumento e poi fari un\'idea dell\'intero portafoglio. &amp;Egrave; una specie di risonanza magnetica, a cui sottoponiamo i portafogli di tutti gli investitori&quot;(6).&lt;br /&gt;Su questa via, per BlackRock si sta aprendo anche una nuova tipologia di servizio che rappresenta la logica estensione del potere politico acquisito da questi &lt;em&gt;masters of the universe&lt;/em&gt; finanziari, grazie al fatto che sono divenuti tali proprio in quanto, come abbiamo visto, dispongono di risorse finanziarie pari a quelle delle maggiori potenze industriali del pianeta, sono quelli che potremmo definire degli Stati finanziari totalmente indipendenti.&lt;br /&gt;Nel giugno 2011, infatti, destinato all\'attenzione degli esperti, il centro studi di BlackRock, il BlackRock Investment Institute, ha pubblicato un agile studio di una decina di pagine, intitolato &lt;em&gt;Introducing the BlackRock Sovereign Risk Index: A More Comprehensive View of Credit Quality &lt;/em&gt;che indica con chiarezza la nuova direzione &quot;politica&quot; della grande multinazionale di gestione patrimoniale. Partendo dalla premessa secondo cui &quot;gli investitori si stanno rendendo conto dell\'importanza del rischio del debito sovrano sui mercati globali del debito, ma quantificarne in modo appropriato il costo rimane difficile&quot;, BlackRock illustra in questa pubblicazione il proprio sistema di valutazione, un indice appunto del rischio connesso al debito pubblico degli Stati: giacch&amp;eacute; i debiti pubblici sono collocati sui mercati finanziari mondiali, BlackRock estende la propria attivit&amp;agrave; di valutazione e consulenza anche alla questione del &quot;rischio Paese&quot;.&lt;br /&gt;Senza entrare in un\'analisi eccessivamente tecnica, che potrebbe scoraggiare il lettore, baster&amp;agrave; dire che l\'indice di BlackRock prende in considerazione sedici indicatori, raggruppati in cinque aree principali, a ognuna delle quali &amp;egrave; assegnato un peso percentuale: spazio fiscale (che conta per il 40%), posizione finanziaria esterna (20%), salute del settore finanziario (30%), volont&amp;agrave; di pagare (10%). La ponderazione di questi elementi determina appunto la &quot;graduatoria finale&quot; dell\'indice, dalla quale apprendiamo, ad esempio, che l\'Italia si trova, come livello di rischio del proprio debito pubblico, ad essere ad un livello superiore a India, Sud Africa, Messico, Turchia, Spagna, Argentina, Irlanda, Ungheria; e a stare meglio solo rispetto a Egitto, Venezuela, Portogallo e Grecia. &lt;br /&gt;Lasciamo volentieri agli specialisti finanziari la valutazione della validit&amp;agrave; delle diciassette righe dedicate al caso Italia, sufficienti nel rapporto a concludere che &quot;crediamo che l\'Italia &amp;egrave; forse un caso in cui i mercati sono troppo ottimisti in merito al suo rischio sovrano e dovrebbero essere pi&amp;ugrave; propensi ad assumere posizioni difensive&quot;: esse, unite alle contemporanee uscite della previsione di Moody\'s e Standard&amp;amp;Poor\'s, di cui ricordiamo la stessa BlackRock &amp;egrave; azionista, hanno avuto sicuramente effetto nell\'indirizzare l\'attacco della speculazione sulla Borsa di Milano, vista l\'ampiezza e autorevolezza dei patrimoni finanziari che questo gestore amministra a livello mondiale.&lt;br /&gt;Al di l&amp;agrave; del fatto che questo tipo di analisi abbia un valore &quot;scientifico&quot; e che indici di questo tipo siano davvero affidabili, la questione di fondo che si pone ad un Paese sovrano &amp;egrave; quella del rapporto con forze della finanza mondiale le cui capacit&amp;agrave; eccedono quelle produttive dello stesso Paese e che sono con ogni evidenza in grado di condizionarne, dall\'esterno e dall\'interno, le scelte sul piano socio-economico, sulla base di una pura logica di profitto, non soggetta in alcun modo al controllo ed alla valutazione da parte dei popoli che compongono queste comunit&amp;agrave;. In questo senso, dunque, parlavamo di schiavit&amp;ugrave; del debito, come soggezione, appunto, delle nostre comunit&amp;agrave; nazionali ad entit&amp;agrave; che sfuggono a qualsiasi controllo democratico, pur avendo il potere di influenzare scelte fondamentali, come quelle di un modello di organizzazione sociale ed economica.&lt;br /&gt;Il fatto che lo scorso 12 luglio il commissario europeo della concorrenza Joaquin Almunia abbia affermato (7) che non esistono elementi per avviare un\'azione dell\'antitrust europeo contro le agenzie di rating (&quot;non vediamo finora la possibilit&amp;agrave; di reagire contro questo oligopolio&quot;), dimostra che nemmeno un\'entit&amp;agrave; politico-economica del livello dell\'Unione Europea ha le idee e il coraggio necessari per  individuare e percorrere nuove vie, che sottraggano i nostri popoli alla presa di poteri mondiali che stanno riconfigurando la stessa democrazia politica cos&amp;igrave; come essa &amp;egrave; stata pensata e attuata fino ad oggi.&lt;/div&gt;&lt;p align=\&quot;justify\&quot;&gt;1) H. Buchter, &quot;L\'astro nascente di Wall Street&quot;, &lt;em&gt;Die Zeit&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Internazionale&lt;/em&gt;, n. 899, 27 maggio 2011.&lt;br /&gt;2) S. Bocconi, &quot;Se BlackRock importa i fondi sovrani a Piazza Affari&quot;, &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt;, 11 dicembre 2009.&lt;br /&gt;3) G. Colonna, &quot;Come si conquista un paese: l\'attacco della finanza internazionale all\'Italia&quot;,&lt;br /&gt;&lt;a href=\&quot;http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146\&quot;&gt;http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146&lt;/a&gt;  &lt;br /&gt;4) Intervento &quot;Crisi dei mutui e finanza mondiale&quot;, conferenza del 14 dicembre 2007; testo scaricabile su &lt;a href=\&quot;http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;amp;tema=Conferenze \&quot;&gt;http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&amp;amp;tema=Conferenze &lt;/a&gt; &lt;br /&gt;5) H. Butcher, cit.&lt;br /&gt;6) Ivi.&lt;br /&gt;7) &quot;Almunia: dalle agenzie nessun abusto sull\'antitrust&quot;, &lt;em&gt;Il Sole 24 Ore&lt;/em&gt;, 13 luglio 2011.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;</description>
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